La ristrutturazione di una villa dal sapore anni ’90 nel pittoresco borgo di Posieux ha rappresentato per l’architetto di interni Juliette de Charrière non solo una sfida epocale, ma l’occasione per ridefinire l’euritmica degli spazi e il rapporto tra interno ed esterno, in dialogo con il paesaggio.

Il contesto storico naturalistico che ospita la villa è quello di Posieux, dove sorge  L’abbazia di Hauterive in un’ansa del fiume Saane, nel cantone Svizzero di Friburgo. Vero e proprio gioiello storico risalente  al 1132 per volontà del barone Guillaume  de Glane che affidò ai monaci cistercensi dell’Abbazia di Cherlieu – nell’attuale Alta Senna in Francia – di erigere un monastero nelle sue terre all’interno della diocesi di Losanna.

Tra il XII e XIII secolo il monastero conobbe un periodo di grande fioritura sia culturale che economica, grazie al sostegno della nobiltà locale e dei Vescovi di Losanna. Il Chiostro e la chiesa mostrano orgogliosamente l’impianto romanico cistercense originale.

Abbazia di Hauterive

Arriviamo così al 1618 il convento divenne membro della congregazione cistercense della Germania meridionale. Sotto la guida dell’abate Henri de Fivaz, si edificò un nuovo edificio conventuale nello stile in voga, quello barocco.  L’imponente archivio e la biblioteca vennero trasferiti a Friburgo. 

Dal 1939 il convento ritorna ad essere occupato da monaci e nel 1973 venne eretto nuovamente ad abbazia. Nell’agosto 2006 viene inaugurato il nuovo chiosco, disegnato dall’architetto belga Jacques Wirtz.

L’ intervento di ristrutturazione di questa villa privata su più livelli rappresenta qualcosa di atipico e non classico tanto nell’approccio al tema quanto nell’esercizio stesso del progetto.

Le prime fasi del lavoro si sono concentrate proprio sulla visita del luogo e sulla ricerca di informazioni particolari e tecniche, partendo dall’imprescindibilità dell’edificio esistente.

Sarebbe illuminante, in questo senso, confrontare le prime idee progettuali con il risultato finale, frutto di un necessario compromesso tra il calarsi nella particolarità del luogo e delle preesistenze, allineando la visione all’istintuale fedeltà delle prime intuizioni e soluzioni di progetto.

Emerge, fin dalle prime fasi dello studio, una concezione ampia, che sembra quasi intuire e suggerire che qui ciò che conta non è centrare lo sguardo sull’edificio in sé o sulla sua particolare composizione, ma sul terreno e il paesaggio e quindi sul rapporto tra interno ed esterno.

Ma per fare questo è necessario ripensare completamente l’esistente: si scardina, si deforma e si smonta ciò che già c’è, per ridisegnare pezzo dopo pezzo la visione d’insieme e ridefinire la struttura. Si fa spazio continuo per creare percorsi, quasi a voler simulare, una successione in sequenza degli spazi del vivere; centrali la zona living e la cucina.

Periferiche la zone notte e quella bagno, poeticamente denominate “sale dell’acqua”. Gli arredi e le finiture, inclusi pavimentazioni e soffitti, sono studiati e scelti personalmente dall’architetto, disegnati e realizzati su misura (particolarmente orgogliosa del camino che illumina l’ambiente e un pavimento in legno che traccia percorsi antichi).  

Il parquet Medoc, progettato da Michele De Lucchi incarna una sintesi tra termini fra loro non sempre facilmente conciliabili : Estetica ed Etica, ovvero Bellezza esteriore e Sostanza, Apparenza ed Essenza, Superficie e Polpa.

SCOPRI IL PARQUET MEDOC

Due i dettagli caratterizzanti, la sagoma ricorda il profilo naturale del tronco e riprende la forma trapezoidale dei vecchi tavolati quando ancora si usava non rettificare le tavole per non sprecare legno inutilmente, e il taglio a sega imprecisa per valorizzare l’effetto a spessore che più rimanda il legno al suo effetto naturale.

La colorazione del prodotto è stata realizzata su misura proprio seguendo e interpretando la visione del maestro che desiderava raggiungere l’effetto del legno vissuto e coperto dalla patina del tempo, esposto ad un trattamento dolce di “vapore” ad alta temperatura per conferirgli speciali toni cromatici, che oscillano dal cuoio al miele di castagno.  

Il confine si dissolve in contorni spaziali che appartengono, simultaneamente, sia all’interno che all’esterno della casa. Lo spazio-percorso risultante si distende verso il mezzanino. Per poi risalire o scendere piacimento attraverso l’impianto introdotto dalla scala, incurvandosi e distendendosi in un rincorrersi di pieni e vuoti.

Tutta la costruzione sembra immobilizzata nell’atto stesso di abbracciare e conformare gli spazi, divenendo parte integrante di questa porzione di paesaggio naturale.

Photo credits: Emilie Excoffier

Special thanks to Juliette de Charrièr  

Margaritelli Fontaines


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