{"id":2807,"date":"2019-10-28T17:59:35","date_gmt":"2019-10-28T16:59:35","guid":{"rendered":"https:\/\/one.listonegiordano.com\/?p=2807"},"modified":"2019-11-15T13:00:37","modified_gmt":"2019-11-15T12:00:37","slug":"un-luogo-sulla-mappa-delle-terre-vergini","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.listonegiordano.com\/one\/cultura\/un-luogo-sulla-mappa-delle-terre-vergini\/","title":{"rendered":"Un luogo sulla mappa delle terre vergini"},"content":{"rendered":"\n<figure class=\"wp-block-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"651\" src=\"https:\/\/www.listonegiordano.com\/one\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/Wim-Wenders-_Casciani_-foto-Mario-Ermoli-Winter-2010_-Berlin_in-domus-943-1024x651.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-3044\" srcset=\"https:\/\/www.listonegiordano.com\/one\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/Wim-Wenders-_Casciani_-foto-Mario-Ermoli-Winter-2010_-Berlin_in-domus-943-1024x651.jpg 1024w, https:\/\/www.listonegiordano.com\/one\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/Wim-Wenders-_Casciani_-foto-Mario-Ermoli-Winter-2010_-Berlin_in-domus-943-300x191.jpg 300w, https:\/\/www.listonegiordano.com\/one\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/Wim-Wenders-_Casciani_-foto-Mario-Ermoli-Winter-2010_-Berlin_in-domus-943-768x488.jpg 768w, https:\/\/www.listonegiordano.com\/one\/wp-content\/uploads\/2019\/10\/Wim-Wenders-_Casciani_-foto-Mario-Ermoli-Winter-2010_-Berlin_in-domus-943-500x318.jpg 500w\" sizes=\"auto, (max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><figcaption><em>Wim Wenders Casciani foto Mario Ermoli Winter 2010_ Berlin_in domus 943<\/em><\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p><em><strong>Nella sua Berlino, Wim Wenders racconta passato e futuro delle regioni del mondo scoperte e rivelate attraverso il suo cinema, i suoi personaggi, l\u2019arte e la musica: una confessione lucida e piena di speranze nelle persone, nelle<br> citt\u00e0 e nelle loro fragilit\u00e0.<\/strong><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-medium-font-size\"><strong>C<\/strong>: Caro Wenders, grazie intanto per averci concesso questa intervista. Ha letto le domande che le ho inviato?<br> <strong>W<\/strong>: <em>Veramente no, preferisco non conoscerle in anticipo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br> <strong>C<\/strong>: Bene, allora parleremo di un po\u2019 di tutto: cinema, musica, architettura\u2026<br> <strong>W:<\/strong> <em>Proprio quello che temevo!<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br> <strong>C<\/strong>: Allora cominciamo con l\u2019architettura.<br> <strong>W<\/strong>. <em>Benissimo<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p><br> <strong>C<\/strong>. Ho visto il suo \u201cAlice in den Stadten\u201d (1974 n.d.r.) quando iniziavo l\u2019universit\u00e0\u2026<br> <strong>W<\/strong>: <em>Dev\u2019essere stato molto giovane!<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br> <strong>C<\/strong>: Avevo diciotto anni.<br> <strong>W<\/strong>: <em>Io ero solo un po\u2019 pi\u00f9 vecchio: ne avevo ventotto quando l\u2019ho girato.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br> <strong>C<\/strong>: A parte la bellezza e l\u2019intensit\u00e0 delle storie che mi hanno trasmesso, i suoi film mi hanno fatto pensare che le citt\u00e0 possono essere anche poesia, non solo un insieme di edifici. Ha mai pensato all\u2019influenza dei suoi lavori sulla percezione della citt\u00e0 da parte del pubblico?<br> <strong>W<\/strong>: <em>Probabilmente un regista pu\u00f2 pensare che i suoi film alla fine possano avere qualche influenza sul pubblico; sicuramente io non mi sono mai veramente soffermato a pensarci. Amo le citt\u00e0 e ho sempre prestato molta attenzione ai luoghi in cui giro i miei film, ho sempre lavorato in posti che mi piacevano e in alcune mie opere le citt\u00e0 hanno assunto un ruolo da protagonista. Spero quindi che tutti questi film abbiano contribuito a dare un\u2019immagine diversa di luoghi come, per esempio, Lisbona, Berlino, Tokio o Palermo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br><strong> C<\/strong>: Mi sembra di averla sentita dire che gli edifici sono cittadini in forma di architettura, dei veri esseri viventi: cosa intendeva?<br> <strong>W<\/strong>: <em>L\u2019architettura, le citt\u00e0 e i luoghi dialogano con noi ininterrottamente. Pensiamo di essere gli unici a parlare, ma io sono convinto che ci sia uno scambio: i luoghi ci danno energia, sensazioni, ricordi, creano situazioni in cui possiamo lavorare, rilassarci, sentirci bene o male. E per come la vedo io, questa \u00e8 una forma di dialogo. Se ricevo qualcosa e do qualcosa, questo \u00e8 un vero scambio. Le citt\u00e0 influenzano le nostre azioni e i nostri pensieri, i nostri atteggiamenti e persino il nostro comportamento sociale: ci influenzano pi\u00f9 di quanto probabilmente siamo disposti ad ammettere. Sono sempre stato convinto che il cinema abbia un compito importante, aiutarci a decifrare e ad andare pi\u00f9 d\u2019accordo con la citt\u00e0. Oggi, molti film d\u2019azione presentano la citt\u00e0 come una specie di nemico, ma detesto questa sua immagine di luogo da evitare, che ci pone continuamente degli ostacoli e ci rende la vita difficile. Come volessero farci credere che se non fosse per le citt\u00e0 saremmo tutti molto pi\u00f9 liberi. Per me \u00e8 vero il contrario: le citt\u00e0 ci liberano, possiamo fare quello che vogliamo proprio perch\u00e9 viviamo nelle citt\u00e0. Ci offrono continuamente nuove occasioni, pi\u00f9 di quanto non impediscano a queste occasioni di presentarsi. Probabilmente \u00e8 proprio con \u201cAlice in den Stadten\u201d che ho cominciato a dare uno sguardo pi\u00f9 benevolo sulla citt\u00e0, a mostrare come la gente interagisce con i luoghi urbani\u2026 Anzi, no! a dire il vero anche il mio primissimo cortometraggio \u201cSummer in the City\u201d faceva gi\u00e0 qualcosa del genere! E lo stesso vale per i miei corti come<br> \u201cSilver City Revisited\u201d. Ecco, anche i miei titoli sono pieni zeppi di \u201ccitt\u00e0\u201d\u2026<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br><strong> C<\/strong>: Nei suoi film le persone sembrano perdute; pare che cerchino di ritrovarsi nelle citt\u00e0 che lei mostra. E di queste citt\u00e0 tende a non mostrare il volto ufficiale, ma piuttosto luoghi nascosti, posti che la gente non conosce. Cos\u2019\u00e8 che rende interessante questo lato delle citt\u00e0? Forse perch\u00e9 \u00e8 proprio l\u00ec che i suoi personaggi cercano qualcosa, o s\u00e9 stessi?<br><strong>W<\/strong>: <em>La prima volta che ho fatto assumere a una citt\u00e0 un ruolo attivo nell\u2019azione cinematografica \u00e8 stata con \u201cL\u2019amico americano\u201d, del 1977. Il film \u00e8 ambientato ad Amburgo, a Parigi e per un pezzetto a New York: tre citt\u00e0 che nella storia hanno funzioni molto diverse, dove la gente si comporta in modo diverso e ciascuna di esse produce sensazioni molto<br> diverse. Nel film si salta continuamente da New York ad Amburgo e viceversa, semplicemente con dei tagli di sequenza, come se in una frazione di secondo ci si potesse spostare dall\u2019una all\u2019altra. la prima volta che ho cercato di rappresentare l\u2019accadere di una specie di \u201ccitt\u00e0 simultanea\u201d, e l\u2019ho fatto per far capire allo spettatore quanta influenza le citt\u00e0 hanno su di<br> noi. Quando Dennis Hopper\/Tom Ripley cammina per New York \u00e8 un personaggio diverso da quando cammina per Amburgo. E Bruno Ganz, che recita la vittima con il nome di Zimmerman, ad Amburgo si sente perfettamente a casa, protetto dai vicoli, dai negozi, dal porto. Quando va a Parigi, la citt\u00e0 gli \u00e8 decisamente ostile. Il Metro \u00e8 come un labirinto, sembra non ci sia via d\u2019uscita: d\u2019improvviso capisci che una citt\u00e0 \u00e8 una questione di vita o di morte, e per Zimmerman Parigi \u00e8 veramente una citt\u00e0 mortale. Ma viaggia, prende l\u2019aereo, poi un treno col suo avversario, Tom Ripley, il mercante d\u2019arte corrotto. Questi ha molto pi\u00f9 controllo sulle proprie azioni, non \u00e8 una vittima come Zimmermann, perci\u00f2 tratta le citt\u00e0 con molta pi\u00f9 disinvoltura, una leggerezza superiore. Quando gli chiedono cosa fa ad Amburgo, dice che sta tentando di farci suonare di nuovo i Beatles\u2026 Scherza, perch\u00e9 non gli importa veramente dove si trova, \u00e8 uno straniero ovunque. Almeno Bruno Ganz appartiene a una citt\u00e0, ad Amburgo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br> <strong>C<\/strong>: Una risposta molto bella a una domanda un po\u2019 vaga\u2026 gi\u00e0 che ci siamo le far\u00f2 un\u2019altra domanda molto generica. Data la sua conoscenza di tutte queste citt\u00e0 e aree del mondo, diciamo Europa, America e Asia, che ha guardato tutte con molta attenzione, quale crede possa superare meglio questa recessione mondiale?<br> <strong>W<\/strong>: <em>Sopravvivranno tutte, anche se non allo stesso modo. L\u2019Europa \u00e8 attrezzata in maniera diversa. La sua storia \u00e8 fatta praticamente di una sequenza di crisi, di non si sa nemmeno quante guerre, quanti disastri e quante alleanze diverse. Attraverso l\u2019esperienza di tutti questi anni di guerra, l\u2019Europa \u00e8 diventata quasi un continente utopico, perch\u00e9 ha acquisito una cultura del dialogo. Per questo penso che possa affrontare meglio i conflitti e le minacce del futuro. L\u2019America, per esempio, non sa cosa sia il dialogo. Gli americani non conoscono i confini: l\u2019unico vero confine che hanno \u00e8 quello col Messico, e lo gestiscono decisamente male. Non conoscono i confini, non conoscono le lingue, e in fondo non sanno nemmeno cosa sia un conflitto. Per loro conflitto significa immediatamente aggressione. L\u2019Asia ha strutture di potere diverse e differenti tradizioni, e la gente \u00e8 molto pi\u00f9 abituata a obbedire, a credere negli ordini. Oggi in Europa nessuno vuole pi\u00f9 obbedire. L\u2019epoca dell\u2019obbedienza cieca \u00e8 finita, il che per l\u2019Europa rappresenta un fattore positivo. La gente \u00e8 in grado di dar seguito alle proprie decisioni, sa meglio come farsi rispettare. Negli Stati Uniti ti sorprendi di quanto la gente sia immatura, manipolata e sperduta, almeno in quello sconfinato \u201ccentro\u201d tra le due coste. In Asia mi pare ci sia pi\u00f9 capacit\u00e0 di affidarsi al destino: non so quanti milioni di emigranti cinesi siano oggi disoccupati. Immagini lo stesso in Europa, ci sarebbe una rivoluzione! Ma non in Cina. L\u00ec la gente obbedisce, almeno per ora\u2026In India, il sistema delle caste, ha abituato le persone agli ordini, ad adattarsi ad essi. In Europa, questa struttura fa ormai parte del passato. Credo che con la nostra variet\u00e0 di culture, la nostra storia di conflitti e con il rispetto per il dialogo che abbiamo imparato a costo di grandi sofferenze oggi abbiamo gli strumenti giusti per affrontare i grandi cambiamenti che avranno necessariamente luogo nel prossimo secolo. Sono contento di essere tornato qui!<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br> <strong>C<\/strong>: Qual\u2019\u00e8 stata la sua prima impressione del Giappone? E cosa rende quel paese, e Tokio in particolare, cos\u00ec importanti per lei?<br> <strong>W<\/strong>: <em>Sono molto affascinato da certi elementi della cultura giapponese (e asiatica). Il Giappone \u00e8 il primo paese dell\u2019Asia che ho conosciuto, potrei avere provato la stessa attrazione anche verso altre culture, ma \u00e8 in Giappone che sono andato, per ragioni molto concrete: \u00e8 il paese in cui Yasujir\u014d Ozu ha fatto i suoi film! Nella mia comprensione e nella mia ammirazione, il suo lavoro \u00e8 il paradiso perduto del fare cinema, niente di pi\u00f9, niente di meno. Cos\u00ec volevo conoscere il paese che \u00e8 riuscito a creare film cos\u00ec perfetti. Ecco perch\u00e9 sono arrivato in Giappone prima che in Corea, in Cina o in Tailandia, o in qualsiasi altro paese asiatico che conosco.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>C<\/strong>: Parlando del Giappone, com\u2019\u00e8 iniziata la collaborazione con gli architetti Sejima e Nishizawa per il film sul Rolex Learning Centre?<br><strong>W<\/strong>: <em>Molto semplice: un giorno ho ricevuto una lettera in cui Sejima-San mi chiedeva se ero interessato a vedere un loro edificio, il Rolex Learning Centre, che sarebbe stato completato dopo poche settimane, e a discutere di un\u2019installazione che avrebbe voluto portare alla Biennale di Venezia, di cui era stata nominata curatrice. La lettera non \u00e8 arrivata a sorpresa, ci eravamo gi\u00e0 incontrati a Los Angeles alla fine degli anni Novanta, o forse nel 2000-2001; Sejima sapeva che avevo girato parecchie scene di \u201cPalermo shooting\u201d in un edificio da lei realizzato in Germania, la scuola di design di Essen, dove il protagonista del mio film, il fotografo Finn, vive e ha il suo studio al suo interno. Nella lettera c\u2019erano informazioni sul Rolex Learning Centre, che mi sono sembrate molto interessanti: avere un edificio cos\u00ec grande su un unico piano \u00e8 un fatto quasi unico, un edificio che sorge dal terreno e si sviluppa con valli e colline. Ho subito capito che non potevo farmene un\u2019idea solo vedendolo in fotografia. Cos\u00ec ci siamo incontrati a Losanna. Abbiamo trascorso due giorni nell\u2019edificio e alla fine ho detto che s\u00ec, che volevo veramente fare quel film, o quell\u2019installazione.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>C<\/strong>: Il modo in cui ha tradotto l\u2019edificio in immagini di movimento mi pare perfetto. Due domande: quanto tempo le \u00e8 servito per capire la struttura e come mai ha scelto di girare in 3D?             <br><strong> W<\/strong>: <em>Non avevo nessuna idea da dove cominciare quando sono arrivato per girare. Volevo essere aperto verso l\u2019edificio e gi\u00e0 durante il primo giorno ho avuto la certezza di non capirlo: dopo una giornata intera al suo interno non riuscivo a orientarmi, ho pensato che si trattava di un segnale fantastico a favore del progetto. Nella gran parte dei casi, \u00e8 sufficiente<br> attraversare un edificio due o tre volte per aver la certezza di conoscerlo, ma nel Rolex Learning Centre non riuscivo a capire i collegamenti tra le varie parti. Una cosa del genere mi \u00e8 successa raramente, fa veramente l\u2019impressione di un edificio senza fine. \u00c8 straordinario.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br><strong>C<\/strong>: Perch\u00e9 dunque ha scelto la tecnica 3D per girare e presentare l\u2019edificio?        <\/p>\n\n\n\n<p><strong>W<\/strong>: <em>Per aiutare a orientarsi, per esempio: il Centro ha caratteristiche che nessun altro edificio possiede. In qualsiasi altro edificio che conosco non ci sono \u201ccolline\u201d o \u201cvallate\u201d e nella visione bidimensionale non si ottiene mai una buona percezione prospettica dell\u2019altezza, di salite e discese. Nel 2D, una corsa in discesa risulta sempre relativamente noiosa. L\u2019unico modo per superare queste limitazioni e offrire allo spettatore la sensazione di essere sul posto era creare la possibilit\u00e0 di percepire lo spazio. E questo si pu\u00f2 fare solo con la tecnica 3D. Perch\u00e9, mentre siamo qui seduti, lei mi vede in tre dimensioni, io vedo lei in tre dimensioni. Entrambi abbiamo due occhi, perci\u00f2 nel suo cervello lei in realt\u00e0 mi vede due volte. Poi il suo cervello mette insieme i due flussi di informazioni che provengono dagli occhi e lei mi vede capovolto: ma il suo cervello ha imparato a elaborare le informazioni nel modo giusto, quindi l\u2019immagine risulta quella esatta. I film in 3D fanno la stessa cosa sul piano fisiologico, imitando il funzionamento dei nostri occhi. In effetti, per cent\u2019anni il cinema ha barato, tentando di superare il fatto di non disporre della terza dimensione con montaggi ed effetti speciali di tutti i tipi, usati per farci credere che vediamo lo spazio. Poi naturalmente ci sono la prospettiva e l\u2019esperienza. Tutti noi abbiamo visto un sacco di film: li vediamo nella nostra testa come se ci mostrassero lo spazio, anche se logicamente non \u00e8 vero. Quindi, stranamente, penso che il 3D non sia il futuro del cinema. Si tratta invece di un passato mancato. Avremmo dovuto sempre vederlo, cos\u00ec fin dall\u2019inizio.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br> <strong>C<\/strong>: Alcuni architetti che conosciamo entrambi molto bene, come Jean Nouvel o Massimiliano Fuksas, dicevano gi\u00e0 anni fa che il loro lavoro \u00e8 simile a quello di un film-maker o di un regista. Pensa che i suoi film contengano qualche aspetto del lavoro dell\u2019architetto?<br> <strong>W<\/strong>: <em>Sento una grande affinit\u00e0 con gli architetti: il nostro lavoro presenta pi\u00f9 somiglianze di quante se ne possano supporre. Sono stato con Jean Nouvel in luoghi in cui doveva costruire, mentre costruiva e a costruzione ultimata. Mi ha ricordato molto la mia situazione prima della realizzazione di un film, quando tutto \u00e8 ancora nella mia testa; poi quando giro o sono in sala montaggio; infine quando il film \u00e8 terminato. Il mio lavoro dipende moltissimo dal senso del luogo, e un architetto lavora innanzitutto sul senso del luogo. Una volta ero a Sidney per una mostra di mie fotografie al Museum of Modern Art. Dovevo tenere una conferenza intitolata \u201cIl Senso del Luogo\u201d. Riguardava il modo in cui un regista o un fotografo lo utilizzano per mettere insieme luogo e storia e farli operare all\u2019unisono. Tra il pubblico c\u2019era Glenn Murcutt, un architetto australiano che mi piace moltissimo, ma che non avevo mai incontrato. Conoscevo tutti i suoi edifici, ed era per me una specie di idolo. Alla fine della conferenza si \u00e8 presentato e ho provato una strana forma di soggezione, perch\u00e9 amavo i suoi progetti e avevo visitato molti suoi edifici. Ha iniziato a dirmi: \u201cDovevo proprio sentire la sua conferenza, perch\u00e9 un paio d\u2019anni fa ne ho tenuta una con lo stesso titolo\u201d. Allora ho capito che il lavoro di architetti e registi, specialmente nella fase in cui sognano un edificio o un film, presenta delle analogie. Altri registi lavorano molto a partire dal senso della storia o da una certa figura che appare nel film, il che si adatta molto anche alla prassi di alcuni architetti. Il mio lavoro \u00e8 per\u00f2 sicuramente pi\u00f9 basato sul senso del luogo: la storia si sviluppa in un certo posto, pu\u00f2 svolgersi solo l\u00ec e in nessun\u2019altra parte. So che ci sono architetti, come Glenn Murcutt, che funzionano e lavorano solo all\u2019interno del luogo. Quando gli ho chiesto come mai non avesse mai costruito in Europa, Murcutt mi ha risposto: \u201cE come potrei? Non conosco il clima, non conosco le stagioni, gli uccelli, gli alberi. Come potrei costruire? Fammi vivere in Irlanda per dieci anni e allora potr\u00f2 costruire una casa\u201d. Esagererei se dicessi lo stesso, ma ho bisogno di passare del tempo in un luogo prima di poter girare, e bisogna che il posto mi piaccia davvero. Se il posto non mi piace non so nemmeno dove puntare la cinepresa.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br><strong> C<\/strong>: Come ha trovato Paris, Texas?<br> <strong>W<\/strong>: <em>Paris, Texas nel film non c\u2019\u00e8, non compare, \u00e8 solo una piccola fotografia. Il titolo rappresenta quasi pi\u00f9 una metafora che un luogo reale. Naturalmente ero stato a Paris, Texas molto tempo prima di fare il film. Per via del nome, che \u00e8 quasi troppo bello per essere vero: con quelle due parole racconta una storia straordinaria (o un haiku), due parole composte entrambe di cinque lettere. Poi le metti insieme e all\u2019improvviso ti ritrovi con quest\u2019antitesi, un ossimoro, due opposti legati a formare una nozione che diventa immediatamente un conflitto gigantesco. Pu\u00f2 trattarsi di uno scontro o di uno scherzo, e infatti per la maggior parte della gente suona subito come uno scherzo. A proposito, ci ho perso una scommessa: quando stavamo scrivendo la sceneggiatura del film ho scommesso con Sam Shepard che a Paris, Texas c\u2019era una torre Eiffel. E Sam diceva di no, che c\u2019era per\u00f2 un Moulin Rouge. Quindi abbiamo fatto la scommessa e quando ci sono tornato con la macchina fotografica ho capito che Sam aveva ragione. La cosa divertente \u00e8 che dieci anni dopo, nei primi anni Novanta, quando ci sono tornato ancora una volta, c\u2019era anche una torre Eiffel, mentre il Moulin Rouge era stato chiuso. Non una grande torre Eiffel, naturalmente, ma grande circa come una ruota panoramica\u2026<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br> <strong>C<\/strong>: Dove ha scattato la foto della ruota panoramica qui sul muro?<br> <strong>W<\/strong>: <em>In Armenia, vicino al confine con la Georgia. \u00c8 stata costruita dai russi, c\u2019erano molti operai russi qui, ma se ne sono andati: la citt\u00e0 in cui vivevano ora \u00e8 completamente deserta. La foto risale al 2007\u2026<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br> <strong>C<\/strong>: C\u2019era qualcosa che mi ha fatto pensare all\u2019Europa dell\u2019Est\u2026Che ruolo ha la fotografia per lei? \u00c8 solo lavoro di preparazione per i film o qualcosa di pi\u00f9?<br> <strong>W<\/strong>: <em>La fotografia occupa ormai met\u00e0 della mia attivit\u00e0, \u00e8 una vera occupazione: faccio fotografie fin da bambino, ma ho cominciato a prendere la cosa sul serio solo dopo aver fatto la mia prima mostra, nel 1987. E dal quel momento ho viaggiato molto, come qui in Armenia, dove sono andato solo per fare fotografie, non volevo farci un film. Fotografare \u00e8 diventata una parte molto importante della mia attivit\u00e0 quotidiana, passo un sacco di tempo a seguire le stampe e a fare mostre fotografiche \u2013 come a San Paolo, dove sono appena stato, per due settimane. \u00c8&nbsp;diventata l\u2019altra parte della mia esistenza, perch\u00e9 i film hanno una loro logistica e una loro agenda, e ci vuole sempre pi\u00f9 tempo a produrli: ogni anno pi\u00f9 tempo, non solo per me ma per tutti i registi. Perci\u00f2, se oggi lavorassi unicamente ai film, dovrei starmene a lungo seduto senza niente da fare. Per fortuna ho altri impegni, insegno due giorni la settimana e ho un incarico per la European Film Academy, eppure riesco ancora a fare un film ogni due o tre anni. Ma cos\u2019altro potrebbe fare un lavoro-dipendente come me con tutto il resto del tempo? La fotografia \u00e8 ideale, perch\u00e9 non hai bisogno di nessuno. Non ho assistenti. Mi bastano la macchina fotografica e le pellicole, ed \u00e8 tutto. Curiosamente, la mia fotografia nasce ancora coi negativi, mentre gran parte del lavoro cinematografico \u00e8 ormai realizzato con tecnologia digitale. Non ho nemmeno un treppiede, scatto le foto con la macchina a mano anche quando uso un grande apparecchio panoramico, una macchina fotografica di grandi dimensioni, che tuttavia continuo a portare con me. Viaggio da solo, mi trascino il mio equipaggiamento. Ed \u00e8 fantastico.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br> <strong>C<\/strong>: E forse nascono idee per nuovi film\u2026<br><strong> W<\/strong>: <em>Mi fa venire ancora in mente Glenn Murcutt. Dopo che ci siamo conosciuti mi ha invitato a casa sua. Ho visto il suo studio, ed era deserto, cos\u00ec gli ho chiesto dove fossero la segretaria, gli assistenti\u2026Mi ha risposto che non ne aveva, che lavorava completamente da solo. Quando arrivano progetti di grandi dimensioni collabora con un altro architetto, cos\u00ec sono in due e al momento di costruire ovviamente assumono altro personale, ma in pratica Murcutt non ha uno studio. E anch\u2019io amo il mio lavoro fotografico perch\u00e9 posso farlo da solo. La maggior parte degli architetti hanno eserciti di assistenti. Lo studio di Jean occupa un intero edificio, con dozzine di persone. Eppure credo che ogni architetto in fondo sogni di poter tornare a sedere e fare i suoi disegni tutto da solo.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br> <strong>C<\/strong>: Lei ha sempre avuto molta cura del suono, inteso come musica e come chi fa musica, la scelta dei musicisti che compaiono nei suoi film rendono il suo lavoro ancora pi\u00f9 interessante e importante, almeno per me. Come mai d\u00e0 cos\u00ec tanto spazio a musicisti pop, a cantanti e gruppi pop-rock? Nessun altro regista ha saputo farlo cos\u00ec bene.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>W<\/strong>: <em>Non \u00e8 proprio vero, non credo di aver inventato io quel modo di lavorare. Se c\u2019\u00e8 un film che mi ha assolutamente incoraggiato a unire il mio interesse per la musica a quello per il cinema \u00e8 Easy Rider. Quando l\u2019ho visto frequentavo la scuola di cinema e stavo girando le mie prime cose, e quel film \u00e8 diventato una pietra miliare della mia vita perch\u00e9 mi ha mostrato come la combinazione tra cinema e rock &amp; roll fosse perfetta. Le canzoni hanno un grande potere narrativo, tanto da diventare parte integrante dello stesso fare il film. Fino a quel momento avevo pensato che la musica fosse solo un ingrediente, poi \u00e8 arrivata la grande rivelazione. Amo veramente rock &amp; roll e il blues. Ed \u00e8 stato molto, ma molto difficile per me decidere se fare musica o film, quando ho iniziato la mia carriera. Il giorno in cui ho dovuto vendere il sassofono per comprare la mia prima cinepresa Bolex 16mm \u00e8 stato uno dei pi\u00f9 duri della mia vita, perch\u00e9 sapevo che una volta venduto quel sassofono non avrei mai pi\u00f9 suonato.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br> <strong>C<\/strong>: Possiamo dire allora che il lato musicale nei suoi film \u00e8 anche un omaggio alla musica che si \u00e8 lasciato alle spalle, a un Wenders musicista mai nato?<br> <strong>W<\/strong>: <em>\u00c8 un omaggio alla cosa che amo di pi\u00f9 dopo il cinema. Qualsiasi cosa faccia \u2013 guidare, preparare un film, scrivere o lavorare al montaggio \u2013 trascorro pi\u00f9 tempo in compagnia della musica che senza. In questo momento non c\u2019\u00e8 musica solo perch\u00e9 stiamo registrando l\u2019intervista. E fare cinema \u00e8 l\u2019unico mestiere che io conosca in cui si possono mettere insieme pi\u00f9 cose: viaggiare, leggere, musica, pittura, letteratura, poesia. Naturalmente anche l\u2019architettura pu\u00f2 avvicinarsi a questo traguardo. Jean Nouvel lavora con le immagini e l\u2019immaginazione e molta ispirazione gli viene dalla musica.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br> <strong>C<\/strong>: Lei ha stretto amicizia con musicisti come Bono degli U2, e molti altri. Ci vuole parlare dei suoi rapporti con questi artisti?<br><strong> W<\/strong>: <em>\u00c8 una relazione di corrispondenza. Per molti versi, loro vivono la vita che avrei potuto vivere anch\u2019io, non come rockstar, ovviamente, ma come musicista, cio\u00e8 incidono dischi e vanno in tourn\u00e9e. Credo che anche per molti musicisti il cinema sia l\u2019altro territorio su cui avrebbero potuto sbarcare, e naturalmente cantanti e autori lavorano molto a cose di stampo cinematografico. Solamente lo fanno, per cos\u00ec dire, \u201cin miniatura\u201d. Con alcuni di loro &#8211; come Lou Reed, Bono, Nick Cave &#8211; ho sviluppato un\u2019amicizia duratura. Negli anni abbiamo lavorato insieme abbastanza spesso, e sento pi\u00f9 affinit\u00e0 con loro che con la quasi totalit\u00e0 dei miei colleghi registi. Sento di avere pi\u00f9 cose in comune con Lou o Nick o Bono, rispetto a quello che provo a fare e a comunicare, che con la maggior parte degli altri registi. Un film rappresenta molto di pi\u00f9 di quanto non mostri il prodotto finito! L\u2019intero stato d\u2019animo, le sensazioni dalle quali nasce un film sono \u201cvita contemporanea\u201d e vengono dal viaggiare, dal vedere un mare di cose e dall\u2019ascoltare un sacco di musica, dal venire a conoscenza di una quantit\u00e0 di storie. Poi fai il tuo film che rappresenta solo un minuscolo aspetto di tutto quello che hai vissuto. Ecco, immagino che per la gran parte dei musicisti sia la stessa cosa: quello che riescono a infilare in una canzone non \u00e8 che un frammento di tutto quello attraverso che hanno passato. Per questo penso che i film interessino ai musicisti e che la musica interessi agli autori di cinema: perch\u00e9 conosciamo molte cose dei rispettivi mondi. Intendo dire, sono stato in studio con dei musicisti ma non ho mai vissuto veramente la loro vita, la posso immaginare ma non ne ho esperienza. Sto leggendo la biografia di Keith Richards, e continuo a stupirmi quanto cose condividiamo, in parallelo. Certo non intendo la quantit\u00e0 di droghe e cose del genere \u2013 per amor del cielo, sarei gi\u00e0 morto dieci volte! \u2013 ma dal punto di vista filosofico: quello che \u00e8 accaduto nel mondo e che ha portato agli album dei Rolling Stones ha straordinarie corrispondenze col mio mestiere, con molte mie esperienze e con i miei film. Per certi aspetti \u00e8 logico, abbiamo pi\u00f9 o meno la stessa et\u00e0. Le loro fonti di ispirazione, wow! : quasi un universo parallelo a un certo tipo di cinema nato a sua volta nei tardi anni Sessanta, nei primi anni Settanta, insieme al rock britannico.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br> <strong>C<\/strong>: Perch\u00e9 pensa sia ormai cos\u00ec raro trovare registi che siano anche degli autori?<\/p>\n\n\n\n<p><strong>W<\/strong>: <em>All\u2019epoca dei miei esordi era scontato che dovevi essere tutt\u2019e due. Era inconcepibile non occuparsi di tutto. Era semplicemente impensabile non essere produttori, perch\u00e9 nessuno avrebbe prodotto i tuoi film. Perci\u00f2 io me li sono prodotti da solo. Non conoscevo nessuno scrittore, dovevo scrivermi le sceneggiature, e all\u2019inizio facevo anche il cameraman. Ero costretto a fare tutto da solo e lo spirito del lavoro era cos\u00ec personale, diventava un\u2019espressione cos\u00ec personale, che non avrei mai potuto pensare di lasciare che lo facesse qualcun altro. Far scrivere le mie storie ad altri, almeno nei primi dieci anni, mi sembrava un\u2019idea assurda. Perch\u00e9 un altro? Era il mio lavoro! Se avevo qualcosa da dire e volevo comunicarlo, perch\u00e9 ingaggiare un ghost-writer? E lo stesso vale per la musica: per quale motivo chiedere a qualcuno di  scegliere la musica per i miei film? \u00c8 la parte pi\u00f9 divertente di tutto il processo! Oggi, tutti i film hanno un supervisore per la musica e lui, o lei, sceglie i brani da usare: per me \u00e8 inconcepibile! Non credo che i registi riescano pi\u00f9 a divertirsi. Il vero divertimento \u00e8 fare da soli, perch\u00e9, alla fine, sei tu l\u2019unico responsabile per tutto. Eppure oggi dividere il lavoro \u00e8 la regola. Lo scrittore scrive. Il regista dirige, il produttore si occupa della produzione, poi ci sono il compositore, il supervisore musicale, il montatore\u2026Non dico che cos\u00ec non si possono produrre grandi film, ma, alla fine, la maggior parte dei film non sono pi\u00f9 una vera espressione personale.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br> <strong>C<\/strong>: A proposito della prossima domanda, premetto che secondo me tutti i suoi film sono vere opere d\u2019arte\u2026<br><strong> W<\/strong>: <em>Non interferir\u00f2 con le sue convinzioni! Io per\u00f2 non mi sono mai definito un artista\u2026<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br> <strong>C<\/strong>: Ma molti artisti negli ultimi vent\u2019anni hanno usato il video, il cinema e i film, alcuni tra questi hanno cominciato a realizzare veri e propri film\u2026il caso peggiore mi pare Julian Schnabel, il migliore Sherin Neshat. Che ne pensa di questo fenomeno?<br> <strong>W<\/strong>: <em>\u00c8 un fenomeno cominciato molto tempo fa. Quando, alla fine degli anni Sessanta, volevo diventare un pittore, ho presto capito che molti dei miei artisti preferiti, come Stan Brackhage, Andy Warhol e Michael Snow, erano pittori che facevano anche dei film. La cosa mi ha entusiasmato, perch\u00e9 ho capito che c\u2019era la possibilit\u00e0 di continuare a dipingere in modo diverso, con la cinepresa. Perci\u00f2 faccio anch\u2019io parte di quello stesso fenomeno. E penso peraltro che Julian Schnabel abbia fatto almeno due grandi film.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br> <strong>C<\/strong>: I suoi film sono autobiografici? Quanto c\u2019\u00e8 di lei nei suoi film?<br><strong> W<\/strong>: <em>Anche se non in forma autobiografica, i miei film dicono molto di me. Ci ho messo dentro cos\u00ec tanto delle mie esperienze che se scrivessi un\u2019autobiografia avrei l\u2019impressione di saccheggiarli. Philip Winter, il tizio che compare spesso nelle mie storie, \u00e8 una specie di mio alter ego. Sa un sacco di cose su di me\u2026 S\u00ec, i miei film sono molto personali, ma non parlano del mio privato, forse perch\u00e9 non mi piacciono le biografie, perch\u00e9 devono inevitabilmente superare il confine tra il personale e il privato. A me il privato per\u00f2 non interessa, anche se ho tratto molto dalle mie esperienze personali, da quanto ho visto e vissuto, dalla mia vita e di quella dei miei amici. Le biografie invece entrano inevitabilmente nella sfera privata, e io detesto la cultura dilagante dell\u2019invadere la sfera privata. Su un\u2019isola deserta pu\u00f2 mettermi davanti dieci riviste come People e vedr\u00e0 che non ne apro nemmeno una. Non mi interessa, punto. Preferisco guardare le onde per dieci ore di fila che leggere una di quelle riviste.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br><strong> C<\/strong>: Lavora con sua moglie?<br> <strong>W<\/strong>: <em>S\u00ec, continuamente. Siamo entrambi fotografi ma mia moglie, a differenza di me, fa solo la fotografa, anche se in passato si occupava di riprese cinematografiche. Viaggiamo insieme, lei \u00e8 l\u2019unico compagno di viaggio con cui riesco ad avere a che fare. Per esempio, siamo stati in Armenia insieme per due settimane. O in Giappone, dove siamo andati per un lavoro che ci \u00e8 stato commissionato. Facciamo colazione insieme, poi le va da una parte e io dall\u2019altra. La sera ci incontriamo e ci raccontiamo del lavoro che abbiamo fatto durante il giorno. Lei fotografa ancora con la pellicola, ma ha cominciato anche a usare il digitale. Io uso soltanto pellicola. Dopo un po\u2019 torniamo a casa, sviluppiamo le nostre immagini, io ho i miei provini a contatto e lei ha i suoi: cos\u00ec vedo per la prima volta quello che ha fatto e visto nelle sue uscite, lei guarda al mio lavoro e vede per la prima volta quello che ho fatto e visto, nello stesso posto in cui si trovava lei. Lei non si ricordava della ruota panoramica, ma ha scattato immagini straordinarie di contadini nei campi, a dieci chilometri da dove mi trovavo io. Io ero attratto dalla ruota panoramica e ci \u00e8 voluto un bel po\u2019 di tempo prima che tutta la gente se ne andasse e lasciasse il campo sgombro per fare le foto. Donata \u00e8 interessata unicamente alle persone, la sua fotografia riguarda le persone e la loro anima Ritratti, ma anche gente che lavora o \u00e8 assorbita da quello che le piace fare. Lei mostra praticamente il controcampo delle mie immagini. Lavora solo in bianco e nero, mentre io lavoro a immagini a colori. E quando lavoro in un certo luogo, non sono particolarmente interessato alla gente, preferisco lasciarla sullo sfondo. Ecco, non ci intralciamo, direi piuttosto che ci completiamo, in un modo molto bello. So che \u00e8 un sogno poter vivere come marito e moglie, lavorare insieme ma anche di spalle.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br> <strong>C<\/strong>: Ha un buon rapporto con l\u2019Italia? Trova che abbia qualcosa di speciale?<br> <strong>W<\/strong>: <em>Negli ultimi dieci anni l\u2019Italia mi ha attirato pi\u00f9 che in passato. Ci ho girato anche un buon numero di film. Ho riscoperto la passione che hanno tutti i tedeschi per il sud in generale, e per l\u2019Italia in particolare. Una passione che mi \u00e8 nata a un\u2019et\u00e0 relativamente avanzata, ma alla fine anche Goethe era anziano quando si \u00e8 recato in Italia \u2013 sono stato molto contento<br> quando ho scoperto che non era pi\u00f9 un giovanotto! Quand\u2019ero pi\u00f9 giovane, a venti o trent\u2019anni, puntavo sempre a ovest, all\u2019America, all\u2019Australia. L\u2019Italia era troppo vicina. E solo ora che sono tornato a vivere in Europa e ho accettato che questo \u00e8 il mio posto ho perduto gran parte dell\u2019interesse per l\u2019America, perch\u00e9 riconosco anche la ricchezza e la bellezza dell\u2019Europa. \u00c8 vero, sono particolarmente attratto dall\u2019Italia, dalla sua gente e sento che rappresenta un elemento complementare al mio essere tedesco. Non sono mai riuscito a provare lo stesso in nessun altro luogo. A molti tedeschi piace la Grecia o la Turchia, ci vanno di continuo. Non so, ma me succede lo stesso con l\u2019Italia; sento che posso trovarci tutto quello che serve per rimediare al fatto di essere tedesco. Non mi serve molto altro. Per molto tempo ho pensato che l\u2019America avesse tutto quello che mi serviva per riempire i vuoti della mia anima. Ora sono contento di aver scoperto l\u2019Italia, ha un gusto migliore ed \u00e8 pi\u00f9 vicina. Eppure anche la mia affinit\u00e0 con l\u2019Italia non \u00e8 priva di sofferenza, ultimamente. Di questi tempi \u00e8 impossibile andare in Italia senza provare un forte imbarazzo: ma passer\u00e0, sar\u00e0 un pezzettino della storia e ci ricorderemo come abbiamo fatto a sopravvivere a quest\u2019epoca. O meglio: ci domanderemo come abbiamo potuto accettare che durasse tanto a lungo. Passer\u00e0 e diventer\u00e0 solo una nota a margine della storia, ci rideremo su come accaduto con l\u2019era di Reagan. Soffrivo cos\u00ec tanto in quegli anni che ho dovuto lasciare l\u2019America. Non ce la facevo pi\u00f9 e sono scappato di nuovo quando \u00e8 spuntato George Bush, ero furioso. Adesso ci scherziamo sopra, e ricordiamo quegli anni solo con un po\u2019 di imbarazzo. Anzi, per la verit\u00e0, non sono ancora del tutto capace di ridere di Bush, con tutti i danni che ha fatto, ma \u00e8 storia, ormai\u2026 lo stesso succeder\u00e0 con l\u2019Italia.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><br> <strong>C<\/strong>: Dobbiamo chiudere l\u2019intervista, purtroppo, ma ho ancora un\u2019ultima domanda. Si \u00e8 mai chiesto come mai, da tedesco, \u00e8 diventato uno dei registi e autori pi\u00f9 importanti del mondo? Com\u2019\u00e8 successo?<br><strong> W<\/strong>: <em>Il tempo, tutto qui. Ho avuto fortuna. Mi ascolti: per qualsiasi persona veramente creativa, non importa dove e in che epoca vive, non c\u2019\u00e8 condizione migliore della tabula rasa, di un momento in cui puoi cominciare da zero. Oggi invece non c\u2019\u00e8 artista, musicista o regista che possa partire da zero: dappertutto c\u2019\u00e8 una tradizione, nel cinema, nella musica, nell\u2019arte, nell\u2019architettura. Qualsiasi tipo di musica ti piaccia, ha almeno vent\u2019anni, come l\u2019indie-rock. E sono 50 anni per il rock &amp; roll, 80 per il blues, e cos\u00ec via: ma per me, regista e giovane creativo nella Germania degli anni Cinquanta, non c\u2019era proprio niente. Niente di niente. Non c\u2019era pi\u00f9 il cinema, quando ho cominciato. La Germania era letteralmente no man\u2019s land, per un regista: potevi cominciare da zero, senza dover far riferimento a niente e a nessuno. Mi permetta un\u2019eccezione, a proposito di biografie. Dicevo che non m\u2019interessano, ma in quella di Keith Richards, che sto leggendo, si capisce che quei ragazzi hanno cominciato dal nulla, anche loro: hanno ripreso la tradizione americana del country blues, ma per suonarci la chitarra elettrica come nessuno aveva mai fatto prima. Non c\u2019erano regole, potevano inventarsele da soli. \u00c8 la condizione pi\u00f9 straordinaria! Io volevo diventare pittore, poi sono letteralmente inciampato nel cinema, quando in Germania era solo una pagina bianca. Cos\u00ec il mio desiderio di essere pittore e musicista mi ha portato ad essere n\u00e9 l\u2019uno n\u00e9 l\u2019altro. Ho scoperto invece il terreno vergine del cinema, in cui non esistevano regole: \u00e8 stata davvero pura e semplice fortuna, e tempismo. Volevo essere qualcos\u2019altro, poi ho trovato un luogo deserto nel paesaggio, un punto sulla mappa dove nessuno era ancora  mai stato. E ci ho messo un piede\u2026<\/em><\/p>\n\n\n\n<p><em>Questo testo \u00e8 stato originalmente pubblicato in Domus numero 943 del gennaio 2011<\/em><\/p>\n\n\n\t\r\n\t\t\t\t\t\n<div class=\"wp-block-group\"><div class=\"wp-block-group__inner-container is-layout-constrained wp-block-group-is-layout-constrained\">\n<p><strong>Seguici sui nostri canali per restare sempre aggiornato: <\/strong><\/p>\n\n\n\n<ul class=\"has-white-color has-black-background-color has-text-color has-background has-link-color wp-block-list wp-elements-22151444a665cce6c776750adbab5190\">\n<li><a href=\"https:\/\/t.me\/listonegiordanoofficial\">Canale Telegram<\/a><\/li>\n\n\n\n<li><a href=\"https:\/\/whatsapp.com\/channel\/0029VaR7wuhCnA7pPd7rte40\">Canale Whatsapp<\/a><\/li>\n\n\n\n<li><a href=\"https:\/\/www.instagram.com\/listonegiordano\/\">Instagram <\/a><\/li>\n\n\n\n<li><a href=\"https:\/\/www.facebook.com\/listonegiordanoitalia\">Facebook<\/a><\/li>\n\n\n\n<li><a 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