In una villa in Austria di 260 metri quadri Rem Koolhaas, esprime tutto il suo potenziale simbolico, sintetizzandone l’espressione più spinta, verso il “context, fuck the context”, e contro ogni principio tipologico, un progetto eponimo circondato da giganteschi masterplan, sviluppati in tutto il mondo nel corso di decenni di frenetica attività.

Attorno ad un villaggio che potrebbe essere quello di Hansel e Gretel, l’Olandese Volante narra di altri mondi, di altri spazi, vecchie e nuove solitudini, vicino ad un fiume o vicino a Marte, poco importa, sempre di una lezione di stile e di bellezza si tratta.
Ho incontrato il cliente durante una conferenza digitale a Monaco: ci ha chiesto di progettare una casa su un terreno molto stretto e ripido accanto alla casa di sua sorella a Zell am Zee, il villaggio dove era cresciuto. R.K.
La geometria delle Alpi, del terreno stretto e in pendenza lo aiuta a dare un senso compiuto dal nuovo e ripetuto paradigma, tra i tanti che ci ha regalato, dopo cinquanta anni di professione(?), ma non abbiamo capito ancora quale sia esattamente, ma continueremo a cercarla, perché la sua abilità di dissimulare, di malcelare e di nascondere prove e indizi, è la sua vera cifra stilistica.
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Credo che nel mio caso l’angoscia dell’influenza sia una questione particolarmente complessa perché mio padre era uno scrittore e lo sforzo maggiore per me è stato convincere me stesso che potevo entrare nel territorio già occupato da lui.
“Ho cominciato a scrivere di architettura e di architettura di interni in inglese, una lingua che non era la mia, e penso che questa sia stata forse la mia prima strategia per liberarmi, per entrare in un territorio differente in cui il confronto fosse più libero e anonimo.”(da una coversazione tra Rem Koolhaas e Gianluigi Recuperati,2008.)
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L’angoscia dell’influenza ha attraversato la sua Opera da tempi non sospetti ,facendo di lui un artista, un performer, uno scrittore, un teorico dell’architettura, un ricercatore incontrollato di tendenze, e un infaticabile manipolatore di contraddizioni stilistiche e fenomenologiche. Ecco perché una casetta, creata come una nuova tectonica contemporanea, tra gli spazi consueti, diventa il solito segnale d’allarme verso i nuovi tracciati, di una nuova contemporaneità che, ha solo una finalità filosofica: atomizzare le certezze e le consuetudini, purtroppo ancora molto pregnanti nell’”architettura dell’adesso”,o del
presente permanente.
Rem Koolhaas quando costruisce il programma, lo spartito che altri realizzeranno, ha una melodia in testa che non sempre è condivisibile, come “quel motivetto che mi piace tanto” e che diventa nel tempo, un suono che vibra dentro, un canto di sirene che, non sappiamo dire, se sia di Luciano Berio o Lucio Dalla, ma come in 2001 Space Odissey, invia messaggi acustici, che qualcuno potrebbe scambiare per un’armonia.
Ma è solo una casa, una delle tante che si realizzano, ogni giorno in tutti gli angoli del pianeta, ma questa sembra tutto quello che una villetta, o villona, non dovrebbe essere, a partire da una geometria piuttosto elementare che ci costringe ad avvicinarci verso un abisso di creazione, verso un’estetica dell’essenziale che contiene tutte le virtualità, tutte le possibili varianti di una realtà sia virtuale che, “aumentata”.
Insomma è sempre lui, anche quando sbaglia, e nel progettare una villa in un lotto cosi particolare(un rettangolo stretto e lungo),non esita a tracciare le solite condizioni, è pur sempre uno scrittore e come Dick o Azimov, o come Kubrik o Tarkovsky, ci respinge indietro, dentro il recinto delle consuetudini, perché in quel limite fisico, OMA ci conduce in perfetta solitudine, verso l’ignoto che è la materia dei sogni, dell’arte, e della creatività.
Questo piccolo plastico, candido e trasparente delle Alpi, in questa scalinata funzionale che ci conduce dentro uno spazio che è un continuo esprimere meraviglie, viste, setti strutturali, tolti alla statica della banalità, finestre vive verso una natura incontaminata. Il committente oltre che recitarvi, dovrà pure viverci, farsi una doccia o cucinare un uovo alla coque, come se l’esistenza assumesse un significato più alto, dopo il racconto, o il romanzo di uno spazio intimo, l’architettura ritrova il luogo del desiderio, dopo l’angoscia delle necessità.
Rem Koolhaas è l’illusionista perfetto per farci credere che un gioco di prestigio, possa essere o la realtà o semplicemente un gioco , come se la cultura del progetto fosse il trucco necessario per trasformare l’esistenza in un viaggio teatrale spazio-temporale, continuo.
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“Uno degli aspetti più piacevoli del mio lavoro è la possibilità di operare in due discipline diverse. Chi scrive può scegliere fra una vasta gamma di generi letterari, a differenza di quanto avviene in architettura dove non c’è la stessa ricchezza di repertorio, o per meglio dire c’è, ma non ci si rende conto di averla. .(da una conversazione tra Rem Koolhaas e Gianluigi Recuperati, 2008.)”
“Mi pare evidente che non ci troviamo, (ma lo sapevamo dai tempi in cui frequentavo l’Architectural Association), davanti a un progettista che rincorre uno slancio vitale, nato e cresciuto nel secolo scorso, ma la sua voglia, necessità e desiderio di futuro sono stati e saranno ancora per molto tempo fedeli compagni di viaggio.
Per tutti gli scrittori e per tutti gli architetti. “ciò che si presenta come naturale non è che l’abituale d’una lunga abitudine che ha dimenticato il disa-bituale da cui deriva, […] la fiducia nell’interpretazione abituale della cosa non ha che un fondamento apparente. […] Anche il vivo soggiornare presso le cose, anteriore ad ogni riflessione, basta ad avvertirci che questo concetto non coglie nella sua effettiva natura il carattere della cosa” M. Heidegger, L’origine dell’opera d’arte, p. 10. GA 5, p.9: “Was uns als natürlich vorkommt, ist vermutlich nur das Gewöhnliche einer langen Gewohnheit, die das Ungewohnte, dem sie entsprungen, ver-gessen hat.”
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