la penna d'oca ristorante futurista

Si sarà forse esagerato, in virtù o in difetto, di quel certo spirito esuberante proprio alla natura dei fondatori della Taverna; ma non si poteva tralasciare di rammentare, il tema di decoro, le condizioni del Vicolo ove la Taverna ha sede”.

Da una lettera di Aldo Vassena, Consigliere delegato della S.A. La penna d’Oca, Taverna dei Giornalisti al Podestà di Milano On. Prof. Ernesto Belloni, 27 febbraio 1928

La storia della Penna d’Oca si interseca da una serie di destini multiformi aventi ruoli diversi ma interagenti, i tre protagonisti principali sono Aldo Vassena, Consigliere Delegato della Penna d’Oca, Pietro Massari, Capomastro e l’Ing. Marini proprietario dell’immobile (anzi dell’intero stabile dove avrà sede la “taverna).

Ma due personaggi gravitano delle pieghe della storia  e della cronaca di questo progetto, l’ing. Albertini, autore del piano regolatore di Milano e direttore dell’Ufficio Tecnico “edilità e Urbanismo, e giovani architetti, Gio Ponti in primis che elaborano questo progetto.

Per la prima volta vengono pubblicati gli atti ufficiali datati dal 1927 all’inizio del 1930, con i carteggi tra uffici e proprietari, e i disegni originali della pratica edilizia.

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La pensilina abusiva, è uno degli elementi del contendere, e uno scambio concitato tra autori, costruttori e uffici comunali che, in una nota firmata da Albertini chiedono di abbattere, l’elemento più significativo di tutta l’opera, in grado di modificare il “decoro” del Vicolo San Carlo.

Cosa che non avverrà perché le Autorità comprendono l’importanza di quel gesto artistico caratterizzante della Taverna, e decidono di soprassedere. Altri tempi ovviamente rispetto ai nostri, anche considerando il tipo di frequentazione che il bar, ristorante, taverna poteva vantare e cioè il bel mondo culturale e intellettuale dell’epoca, oltre a personalità della borghesia meneghina.

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La pratica ci aiuta a dettagliare i lavori che nel corso del tempo vengono eseguiti a cura dell’Impresa di Pietro Massari Capomastro, vero artefice della “mise en place” del locale, esecutore intransigente di tutti i desiderata del team progettuale che, in quella occasione non compare nello scambio di missive, per ovvi motivi, ma lo studio Ponti-Lancia (con la collaborazione di Marelli) è il vero convitato di pietra di questo importante “luogo di scambio culturale milanese”.

Infatti nel dicembre 1927, il costruttore chiede per sistemare definitivamente i locali della taverna di munire l’ingresso principale che da sul vicolo cieco San Carlo di una pensilina in ferro e vetri allo scopo di proteggere dalle intemperie la “scelta e numerosa clientela”- si unisce in duplice copia il disegno della stessa.

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Inoltre mettere in opera nell’interno dei locali e in alcuni di essi delle tappezzerie di stoffa, dei panneggi, dei rivestimenti in legno, rivestimenti in stucco lucido e di piastrelle, dell’impianto refrigerante e di cucine economiche e di ogni impianto sussidiario per il buon andamento dell’esercizio stesso.

Abbiamo recuperato e pubblichiamo per la prima volta un corpus completo dei disegni allegati alla Pratica, sono nove tavole, di varia grandezza di cui probabilmente esporremo gli originali in Arena.

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La cronaca che diventa storia, e il ritrovamento di questi materiali ci aiuta a capire anche l’esprit du temp, anche per la natura di certi rapporti all’interno delle pratiche professionali del tempo, e siamo in un periodo molto importante per l’architettura milanese e Ponti in quel locale anticipa alcune tendenze che farà sue nei progetti di architettura coevi.

Siamo altresì felici di aver contribuito ad illustrare “la nostra casa” di via Santa Cecilia 6, oggi, nata per la cultura e rinata per lo stesso motivo decenni dopo, senza il Naviglio e senza i panneggi, ma lo spirito esuberante speriamo che si mantenga, magari meno conflittuale di quello degli amici di Filippo Tommaso Marinetti, ma stimolante per la Città di oggi e di domani, di sempre.

In conclusione voglio ringraziare il dott. Francesco Martelli, Direttore degli Archivi comunali di Milano, e il suo staff, per averci permesso di riscoprire questi disegni che neppure nell’archivio Ponti erano catalogati, dunque un grazie amichevole e affettuoso, anche in previsione di una prossima mostra di originali.

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Anche questo lavoro di ricerca archivistica e storica si inserisce all’interno del monito e dell’invito di Gio Ponti che in “amate l’architettura” ci porgeva parole evocative e indimenticabili:

 ”Questo libro è per gli amanti dell’architettura e per gli spasimanti della civiltà, per chi sogna architettura, per chi sogna civiltà (è un sogno?) ,non è un libro sull’architettura ma per l’architettura”.

E’ il motivo principale per cui ONE regala al mondo questa meraviglia per gli occhi e per i cuori sensibili.