In occasione dei dieci anni di Edicola518, lo storico e critico dell’architettura Luca Molinari ha presentato la seconda edizione del suo libro “Stanze”, secondo capitolo di un ciclo dedicato all’abitare. Un dialogo che attraversa architettura, cultura materiale e modi di vivere lo spazio, trasformando ogni stanza in un universo narrativo. Ad accompagnare l’intervento di Molinari anche Andrea Margaritelli, ideatore del SEED Festival e Antonio Brizioli co-fondatore di Edicola518. Di seguito la nostra intervista realizzata a margine dell’intervento.


Partiamo dalle stanze. Lei parla spesso di ossessione, delle ossessioni legate alle stanze.

Sì, diciamo che Stanze è il secondo volume di un ciclo che parte dalle case ed entra dentro le stanze. L’ossessione è quella di guardare sempre più a fondo nelle cose, non fermarsi mai alla superficie. Ogni volta che entri in una casa o la osservi, ti perdi in migliaia di rivoli: le vite delle persone, il modo di abitare, gli oggetti e il modo in cui gli oggetti costruiscono lo spazio.
Quando educhi lo sguardo a questo tipo di attenzione, diventa una forma di ossessione quotidiana. Non smetti più.
Adesso, ad esempio, ho visto la mostra su Giotto e San Francesco e mi perdevo nei dettagli delle stanze dei santi. È incredibile: è un mondo di mondi. Ogni stanza è un universo narrativo, e puoi sempre aprire nuove strade.

Le ossessioni cambiano da cultura a cultura? Ci sono popoli con ossessioni più peculiari di altri?

Ogni casa è un prodotto culturale, e quindi ogni stanza lo è. È la rappresentazione del tempo che abitiamo, del modo in cui scegliamo gli oggetti e in cui gli oggetti, a loro volta, scelgono noi. È un paesaggio che muta continuamente. Se guardi, ad esempio, l’Olanda, trovi grandi finestre che sembrano farti vedere tutto, ma in realtà mostrano solo ciò che si vuole mostrare. In Italia il rapporto con luce e ombra è diverso: siamo più difensivi rispetto alla luce.
In Cina, invece, una porta può avere più aperture a seconda della relazione con chi entra o resta fuori. Ogni luogo ha codici culturali che devi imparare a leggere. Entrare in questi mondi è un esercizio di osservazione che è anche una forma di rispetto e di conoscenza. Più capisci dove sei, più lo spazio si apre e diventa altro.

Quali sono le sue ossessioni personali?

Mi piace molto guardare dentro le finestre degli altri. Lo ammetto. È una cosa che ho sempre fatto. Non tengo le tende, quindi il gioco è reciproco: chi guarda è perché può farlo. Non è un voyeurismo ossessivo, ma una curiosità continua. Cambia tutto con le stagioni: d’estate si aprono le finestre, escono odori e suoni; d’inverno tutto si attenua. Camminando per strada guardo i soffitti, le luci, detesto il neon notturno perché appiattisce tutto. Mi piace immaginare le vite degli altri. È un esercizio alla Perec, che è un autore che amo molto. Quando entro nelle case degli altri cerco di muovermi con rispetto, ma anche con curiosità: ogni casa è un mondo.

Luca Molinari

Lei ha studiato all’estero. Come cambia la cultura delle stanze tra Mediterraneo e Nord Europa?

Ho studiato in Olanda, sono stato il primo Erasmus del Politecnico di Milano nell’88. All’epoca era un mondo molto diverso, ancora fortemente calvinista. Mi colpì moltissimo il rapporto con la luce. Ricordo una mattina d’inverno: io cercavo automaticamente l’ombra, mentre i miei amici olandesi stavano naturalmente al sole. Eravamo su due marciapiedi diversi, quasi simbolicamente. Noi abbiamo un rapporto forte con lo sguardo verso fuori, con il paesaggio. Ogni piazza è una stanza aperta sul mondo. Nel Nord Europa, invece, la casa è più chiusa, più controllata: vedi dentro, ma solo ciò che viene deciso di mostrare. E poi ci sono elementi culturali molto concreti, come il fatto che in Olanda le case siano strette e profonde anche per ragioni fiscali. Questo cambia completamente la percezione dello spazio. Anche la soffitta, da noi spesso marginale, lì è parte vitale dell’abitare.

Andrea Margaritelli ! SEED Festival

Un dettaglio curioso che racconta spesso dell’Olanda è il rapporto con l’acqua.

Sì, è fondamentale. È un paese costruito strappando terra all’acqua. Questo genera un’idea di spazio completamente diversa: ogni metro quadrato è prezioso. Perfino alcuni letti erano progettati per galleggiare in caso di allagamento. È un esempio perfetto di cultura materiale: trasformare ogni oggetto in uno strumento di sopravvivenza.


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Sta lavorando anche a una mostra. Di cosa si tratta?

Sto lavorando a una mostra per il Museo di Santa Maria della Scala a Siena, un luogo straordinario, enorme rispetto alla città. È un edificio stratificato, un ex ospedale che racconta secoli di storia. La mostra sarà dedicata ai primi 50 anni del museo e includerà anche una riflessione sul suo futuro, con tre progetti architettonici internazionali che immaginano nuove parti dell’edificio. Parallelamente sto lavorando anche a due nuovi musei a Istanbul che apriranno nei prossimi mesi. In questo momento mi muovo, davvero, tra molte stanze del mondo.


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