Autore Jacopo Papi

L’architetto Ma Yansong, ha condiviso la sua visione di architettura organica, durante la tappa perugina di avvicinamento al SEED Festival 2026.

Ma Yansong, fondatore di MAD Architects e visiting professor alla Scuola di Architettura di Yale, prossimo guest editor della celebre rivista DOMUS per il 2026, è tra le voci più influenti dell’architettura contemporanea: il TIME lo ha inserito nella lista delle 100 persone più influenti al mondo. La sua ricerca punta all’equilibrio tra umanità, ambiente e città, opponendosi al razionalismo modernista che considera disumanizzante.

Il passato, ricorda Yansong, custodisce la chiave per progettare il futuro. Le città dell’antichità sapevano dialogare con la natura, integrarla, lasciarle spazio. Oggi, per ritrovare un equilibrio, dobbiamo tornare all’origine: ripartire dall’agorà, dalla domus, da quel senso di casa intesa non solo come luogo fisico ma come condizione in cui ci si sente parte del mondo. Una casa dell’uomo, uno spazio in cui l’umanità si riconosce e si trasmette.

MA Yansong architetto

Tecnologia e architettura dialogano con il paesaggio, e lo spazio cittadino risponde ai bisogni emotivi e spirituali degli abitanti. Pensare al futuro delle città significa reimmaginare il loro rapporto con chi le vive e con la natura che le ospita: una relazione che si è indebolita, perdendosi nella corsa al nuovo. L’Umanità diventa il filo invisibile che lega ogni progetto alla vita delle persone e trasforma la città in un organismo vivo capace di accogliere, ispirare e connettere chi la abita.

Ma Yansong – Seed Festival

È necessario portare l’architettura a ciò che dovrebbe veramente essere: non tecnica, ma racconto; non decorazione, ma organismo vivente. Le forme fluide dell’architettura di Yansong sembrano scolpite dall’acqua e dal vento, come se gli edifici fossero porzioni di paesaggio, cresciute spontaneamente e in armonia. Curve che evocano nuvole, colline, canyon; geometrie levigate come rocce geologiche; volumi che respirano, galleggiano, si muovono. L’architettura va interpretata come estensione della natura e dell’emotività umana.

Andrea Margaritelli e Barbara Cadeddu

La prima domanda che un architetto dovrebbe porsi è: “come si sentiranno le persone?”. L’emozione diventa il punto di partenza, la base del progetto, il luogo dove si radica l’esperienza umana. Non ci rendiamo conto fino in fondo di quanto gli ambienti ci plasmino: gli spazi, prima ancora che funzionali, sono psicologici, sensoriali, spirituali.

Le comunità devono rigenerarsi attraverso luoghi che le ascoltano, che accolgono e generano connessioni profonde.

È da questo pensiero che nasce la sua Emotional Nature Architecture: una visione in cui la natura non è un elemento decorativo, ma l’espansione dello spirito umano. L’esempio da cui partire lo troviamo in Cina: nei giardini tradizionali non è mai chiaro dove finisca l’artificio e dove inizi la natura: l’uno vive nell’altro, partecipando a una continuità poetica. È questa la prospettiva che guida i progetti di Yansong: un’architettura che non imita la natura ma ne assorbe il linguaggio.

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Luce naturale, materiali locali e naturali, per creare spazi che non solo accolgono, ma parlano all’anima di chi li vive, restituendo sensazioni tattili e visive che parlano al corpo e alla mente. Lo spazio non è neutro: plasma le emozioni e accompagna chi lo vive in un dialogo costante con se stesso, con gli altri, con il mondo.

A Pechino, Ma ha progettato lo YueCheng Courtyard Kindergarten, una scuola dell’infanzia, dove antico e moderno si fondono senza soluzione di continuità: un antico edificio viene avvolto da un tetto colorato, fluido, dove i bambini corrono e giocano tra alberi che diventano elementi architettonici. La natura non è inserita: è protagonista.

A Shanghai, in The Ark trasforma un tetto naturale in un grande dispositivo sociale, un punto d’incontro, un luogo di comunità.

A Parigi, ripensando la Tour Montparnasse, lo studio MAD Architects ha ideato un enorme specchio urbano: ogni pannello di vetro è inclinato in modo da riflettere strade, tetti, cielo, e la Tour Eiffel – facendo scomparire l’edificio nel paesaggio.

A Rotterdam, con il Fenix Museum of Migration, il “tornado” di Yansong – una spirale di scale che avvolge il magazzino storico, diventa un viaggio emotivo e narrativo: un percorso dove si incontrano nuove persone, dove la propria ombra in movimento restituisce la sensazione del tempo che scorre, come se si attraversassero vite diverse.

In America, con One River North introduce un canyon all’interno di un edificio moderno: una crepa viva che si arrampica in verticale, un paesaggio di pietra, acqua e luce che trasforma l’esperienza del quotidiano in un viaggio.

Niente è decorativo: tutto è narrativo.

Infine, la nuova Shenzhen Bay Cultural Plaza. Un maestoso museo che Ma ha immaginato come ampliamento della natura nella città: volumi tenuti bassi, grandi masse scultoree come rocce posate in un paesaggio, un tetto di vetro che lascia filtrare la luce naturale fino ai livelli più bassi. Dal museo si vede il cielo, l’acqua, e soprattutto un parco che non finisce mai, perché entra nel museo e lo attraversa. L’obiettivo non era costruire degli edifici, ma estendere il parco vicino all’oceano, creare un paesaggio culturale aperto, fluido, esplorabile.

Le città moderne sono troppo piatte ed uniformi, serve una nuova finestra per l’immaginazione umana.

Applicare la visione di Ma Yansong su scala urbana significa ripensare le città: piazze, parchi e edifici che dialogano tra loro, con il pianeta e con chi li abita. Abbiamo bisogno di un progresso che non consuma il passato ma lo rigenera nel presente. La sostenibilità non è uno slogan, ma un ritorno alla cura: in primis, delle comunità. L’architettura deve essere un ponte tra l’uomo e il mondo, un modo per dare forma ai nostri sentimenti più profondi. Immaginare città del futuro significa, prima di tutto, mettere l’umanità al centro.


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