Siamo alla fine dell’emergenza? forse no, ma facciamo finta di esserci perché dobbiamo pianificare le nostre ambizioni professionali e i desideri sociali, come se lo fosse, fuori dall’assedio.

Da più parti abbiamo ricevuto consigli, sollecitazioni, inviti ad approfittare della pausa del “tempo sospeso” per guardarci dentro meglio e se possibile guardare fuori ancora di più.

Sarebbe bello pensare che tutti, o quasi, possano aver seguito questo consiglio da improvvisati consiglieri “spirituali” che, probabilmente, tra qualche mese torneranno a scontrarsi sui soliti temi della cronaca bianca o nera, indifferentemente.

Non è stato facile per nessuno, per alcuni addirittura ha rappresentato una resa al disordine che le società avanzate esprimono e all’impossibilità di prevedere l’imprevedibile, anche se prevedibile.

ASCOLTA IL PODCAST


Dunque “i fragili si frantumano e i forti si fortificano”, senza alcuna commiserazione per nessuno, per quelli che non ce l’hanno fatta e per quelli che invece sono riusciti a raccontarla.

E noi poveri professionisti del progetto non siamo stati da meno, nel tentare di dare un senso estetico a queste trasformazioni via via sempre più epocali, a colpi di render di ospedali e supermercati e uffici del futuro, però sempre mettendo al centro non l’uomo ma il progetto.

Le vecchie abitudini non si abbandonano mai.

É più semplice, è più veloce ma risolve il problema a breve, non analizza il sistema a medio e lungo termine perché forse anche la pandemia prossima ventura per essere curata ha bisogno di visioni e di visionari, e francamente non ne vediamo molti nello stanco orizzonte occidentale, ma quei pochi posso fare, davvero la differenza, e indicare un tracciato alternativo senza rattoppare il buco, con un danno maggiore di quello precedentemente causato dal tessuto logoro dell’architettura.

Ho chiesto a otto personalità diverse, lontane geograficamente e culturalmente (da Siracusa a Lisbona, da Trento a Genova/Parigi) di esprimere un pensiero libero, autonomo non auto-referenziale per farci capire la condizione in cui si è dovuta immunizzare la pratica del progetto e la velocità con cui sono stati prodotti “gli anticorpi etici ed estetici.”

Emanuel Pimenta, Gerardo Sannella, Vincenzo Latina, Federico Delrosso, Renato Rizzi, Alfonso Femia, Dante Benini, Andrea Tartaglia, affettuosamente hanno raccontato, e parlato e sussurrato di questi mesi senza esprimere disagio, sostenuti dalle idee, dai pensieri quotidiani che sono al centro delle loro vitalità e di come se ne sono presi cura,.

Questo era il senso teorico e pratico del nostro progetto.

Siamo andati molto oltre l’architettura e i cambiamenti probabili della sua pratica.

Abbiamo voluto indagare l’essenza delle emozioni più profonde e della nostra incapacità di controllare il pericolo, se non rimuovendolo, a partire dal pericolo estremo che, come sapete, è argomento scomparso dalla cultura occidentale.

Le risposte variegate e intense, sempre vere e significative ci hanno convinto che questo passaggio sarà potenzialmente la linea possibile di discrimine tra “un prima o un dopo”, e lo dico con una certa dose di speranza, senza una vera certezza, che non appartiene al nostro agire, al nostro pensare filosofico.

Anche se, come dicevo, non abbiamo attraversato il fiume, dobbiamo ragionare come se la riva opposta fosse a portata di mano, quando si dice che il peggio è passato è solo perché ce ne facciamo una ragione, se l’abbiamo ma, non possiamo sprecare questo nuovo “cimento” che la contaminazione ambientale e sociale ci ha posto come “Esame Vitale/Virale”, in grado di dare un senso al nostro agire, al nostro “pensare progettante”.

Ringrazio queste otto voci, dissonanti, dodecafoniche per aver dato a questo tempo breve e infinito, qualità e potenzialità, al punto che sembrano diventate la partitura di un suite polifonica che, come nella pratica del vecchio Schönberg, non presenta una prevaricazione solista, una nota dominante.

A loro stessi dedico e a noi che l’abbiamo ricevuto in dono, questo momento fonetico e semantico che avrà nome:”Post-virus architecture”. Memorie dal noto e dall’ignoto” ,in fondo il post è appena cominciato, ma già comincia a piacerci.


Seguici sui nostri canali per restare sempre aggiornato:

Exit mobile version