Tra gli appuntamenti di Seed 2026, Alessandro Aresu, analista geopolitico, consigliere scientifico di Limes e autore di numerosi saggi su capitalismo politico, tecnologia e spazio, tra cui Il dominio del XXI secolo (Feltrinelli, 2022), Geopolitica dell’intelligenza artificiale (Feltrinelli, 2024), finalista alla prima edizione del Premio Strega Saggistica, e La Cina ha vinto (2025), ha provato a rispondere a una domanda: dove si trova, oggi, il potere?

La sua risposta passa da un riformatorio del Kentucky, da un fast food e da un ristorante di Taipei.

La geopolitica dell’intelligenza artificiale

ll punto di partenza è una constatazione: sotto la superficie di un mondo in caos, la competizione globale segue alcune tendenze precise. La prima è il ruolo sempre più centrale dell’Asia orientale nella manifattura, e dei talenti asiatici nell’industria e nella tecnologia. La seconda è l’estensione della digitalizzazione: un numero crescente di industrie diventa digitale e deve affrontare la propria transizione. La terza è il capitalismo politico, cioè l’intreccio tra economia e politica che, attraverso dazi, sanzioni, controlli su investimenti ed esportazioni, inserisce variabili politiche nelle decisioni economiche.

È importante capire, spiega Aresu, che oggi il potere non si declina soltanto sul piano politico ed economico, ma anche su quello tecnologico. Se guardiamo alle grandi filiere produttive della tecnologia, quelle da cui dipende il funzionamento di smartphone e personal computer, ma anche dei sistemi di intelligenza artificiale, in questa mappa compaiono luoghi di grande competenza, veri e propri ecosistemi. Taiwan e Corea del Sud hanno un ruolo molto importante, per le capacità di impresa e di ricerca industriale che si sono radicate al loro interno.

L’intelligenza artificiale occupa in questo quadro un posto speciale. L’espressione esiste dagli anni Cinquanta, ma negli ultimi cinque anni ha assunto dimensioni nuove, economiche e politiche: nella guerra tecnologica tra Stati Uniti e Cina, nella corsa alle risorse materiali e umane necessarie al suo sviluppo, nell’accelerazione con cui i diversi settori industriali la adottano, con i rischi che questa accelerazione comporta.

alessandro aresu a seed 2026

Da un riformatorio del Kentucky a Nvidia

Per definire le “nuove mappe del potere”, però, Aresu non parte da un grafico o da un trattato: parte da una biografia. Jensen Huang nasce nel 1963 a Tainan, a Taiwan, e da bambino vive in Thailandia con i genitori. A nove anni viene mandato con i fratelli a studiare negli Stati Uniti, in un riformatorio del Kentucky. Cinquantatré anni dopo, quel bambino riceve la National Medal of Science.

È la storia del fondatore di Nvidia, ed è anche un buon modo per smontare un’idea diffusa: l’intelligenza artificiale non è cominciata con ChatGPT. Il termine, ricorda Aresu, risale al 1955 e a John McCarthy, nell’ambito della conferenza estiva di Dartmouth. Negli anni Sessanta non è che tutti parlassero di AI, ma diverse aziende, Nvidia compresa, hanno agito per presidiare questo mercato, e lo hanno fatto in questo secolo, prima del rilascio di ChatGPT. Ciò che conta è la preveggenza: aver intuito l’esistenza di un mercato e le dimensioni che avrebbe raggiunto, prima che diventasse di dominio pubblico. Nvidia non è nata nel 2022: è nata il 5 aprile 1992, in un fast food.

Dopo gli studi, Huang diventa ingegnere elettronico, approda negli anni Ottanta nella Silicon Valley e lavora in alcune aziende di semiconduttori. Negli anni Novanta ha un’idea: costruire un’azienda propria, legata a un ciclo tecnologico appena iniziato, la diffusione del personal computer. La domanda, allora, era che cosa se ne sarebbe fatto. La sua risposta è tra le prime e tra le più lungimiranti: ci si giocherà ai videogiochi.

Il gioco, osserva Aresu, è sempre stato un modo per pensare e simulare, quindi è in primo luogo una cosa intelligente. In secondo luogo, la grafica dei videogiochi è un problema affascinante: l’interazione di poligoni tridimensionali in uno spazio in movimento. Servono tecnologie per realizzarla, e da qui nasce il prodotto iconico di Nvidia, la GPU, la scheda grafica dei videogiochi. Quelle stesse schede, riadattate, alimentano oggi molti dei programmi di intelligenza artificiale, modelli linguistici compresi.

C’è poi un altro tassello, decisivo. Nvidia vende un componente che non fabbrica: la produzione è affidata a terzi. Nel 1987 era nata Taiwan Semiconductor Manufacturing Company (TSMC), con una tesi industriale precisa: costruire semiconduttori per conto di aziende che hanno le intuizioni ma non le fabbriche. Proprio come Nvidia.

Oggi i clienti non comprano più un componente, ma un sistema di intelligenza artificiale: l’infrastruttura su cui funzionano i modelli che utilizziamo. Aresu cita come esempio il sistema Blackwell, con 130mila miliardi di transistor, 3,2 chilometri di cavi di rame e un peso di circa 1.100 chilogrammi. Sono torri interconnesse da cavi, oggetti enormi che devono stare nei magazzini e nelle strutture, e che non sono fatti da una persona o da un’azienda, ma da un intero ecosistema industriale.

Ed è qui che le mappe del potere prendono forma. Sono questi sistemi, e sono le imprese che realizzano ciascuna un pezzetto di quella torre per arrivare al prodotto finale. A pagare la corsa ai data center sono le grandi aziende tecnologiche del pianeta: quelle che esistevano già, come Google, Microsoft e Meta; quelle nuove, come OpenAI e Anthropic; quelle che si trovano dall’altra parte del mondo, come Alibaba. I protagonisti della filiera sono invece i “ragazzi di Taiwan”.

LEGGI ANCHE:

Taiwan, Corea e la battaglia per il primato tecnologico

Questa concentrazione di competenze, che si sviluppa in alcuni punti precisi del pianeta, funziona come una carta geografica su cui disegnare relazioni, conflitti, problemi. Quando l’economia dipende sempre di più dalla tecnologia, la battaglia globale diventa sempre più una battaglia per il primato tecnologico: chi avrà le aziende leader in questo macrosettore e nei suoi microsettori?

La Cina lo ha dichiarato apertamente. Nel 2015 il Consiglio di Stato cinese ha varato il piano “Made in China 2025”: raggiungere entro quella data un determinato livello nelle industrie tecnologiche, attraverso un’internalizzazione della produzione che permetta di diventare leader nel proprio mercato e anche in quelli altrui. Non è la prima volta che i semiconduttori sono terreno di scontro: la contesa era già emersa negli anni Settanta, tra Stati Uniti e Giappone.

Dove vivono, allora, le persone che costruiscono questa filiera? In un luogo il cui status politico è problematico. Taiwan è riconosciuta da soli dodici Paesi ed è molto più piccola della Repubblica Popolare Cinese. Il nodo si vede anche in un dettaglio: negli eventi internazionali compare come “Chinese Taipei”, perché non può esserci scritto Repubblica di Cina. Questo pesa nei rapporti tra l’isola e Pechino. Per gli Stati Uniti la questione è strategica: per produrre i loro chip devono usare le fabbriche taiwanesi, perché non dispongono internamente della stessa capacità manifatturiera. Dal loro punto di vista, l’obiettivo sarebbe averla sul proprio territorio, visto che sono i capitali americani ad alimentare questa industria. Un’industria che, proprio per questo, è diventata contesa.

Huang, intanto, è diventato una figura che accompagna il presidente degli Stati Uniti nei suoi viaggi. Ma tra Stati Uniti e Asia c’è un divario di mappe nel rapporto tra potere ed economia che dobbiamo considerare. Negli Stati Uniti Huang compare in giacca e cravatta; in Asia è vestito in modo informale e circondato da una folla di persone, una scena molto diversa dai contesti occidentali. Lì i leader tecnologici hanno lo stesso status dei campioni dello sport.

Il caso della Corea del Sud è illuminante. Un Paese con meno abitanti dell’Italia, noto nel mondo per il K-pop, ascoltato da moltissime persone, e per un cinema sofisticato, è anche protagonista del sistema dell’AI, perché fa cose di cui hanno bisogno tutti. È il cosiddetto passaggio obbligato: se sai fare qualcosa che solo tu sai fare e di cui tutti gli altri hanno bisogno, sei forte, perché sei tu a fare il prezzo. Le memorie ne sono l’esempio. Nel nostro continente nessuno le produce da almeno un decennio. La leadership è coreana, poi c’è un’azienda statunitense, poi i produttori cinesi. Ogni componente della tecnologia può diventare qualcosa che determina rapporti di potere, dal punto di vista economico e da quello politico.

Foto: REUTERS

Cina, Stati Uniti e la partita dei talenti

Su questo sfondo, secondo Aresu, la superpotenza americana vive questa fase storica in modo quasi schizofrenico. Da un lato c’è chi sostiene che la Cina abbia vinto, dall’altro chi pensa che stia crollando e che il suo modello economico sia finito. La verità sta nel mezzo, ma non su tutti i fattori. Prendiamo quello energetico: la capacità di generazione elettrica della Repubblica Popolare, molto importante anche per la tecnologia, è largamente superiore a quella di altri Paesi.

Sul fronte dei talenti la questione è altrettanto netta. Secondo i dati citati da Aresu, il 57,4% dei ricercatori principali impegnati nell’intelligenza artificiale è nato nella Repubblica Popolare Cinese, anche se molti sono poi andati a studiare altrove. La differenza, dunque, la fanno i luoghi in cui i talenti si formano e quelli che sono in grado di attrarli. Come sono stati gli Stati Uniti per moltissimo tempo. Se lo saranno anche in futuro, dice Aresu, è tutto da vedere: in questa partita della formazione potrebbero inserirsi anche altri attori.

Chi c’è nel ristorante di Taipei? Un meccanismo di fornitori ed ecosistemi in cui ciascuno produce un pezzetto del prodotto finale: chi i sistemi di raffreddamento, chi l’assemblaggio dei server, chi i sensori, chi i circuiti, chi l’assemblaggio finale. Un pubblico che, semplicemente, deve mangiare.

Ma la storia non si esaurisce nel ristorante. Fuori ci sono dei bambini, accompagnati dalle madri, in attesa di un autografo di Huang. Uno di loro ha visto un video in cui Jensen gioca con dei cagnolini e poi mostra un componente, e scrive su un cartellone che così ha conosciuto quel componente e che da grande vuole lavorare per Nvidia.

A Taiwan, intanto, i tassi di fertilità sono bassi, e ci si interroga su come offrire opportunità migliori alle nuove generazioni.

Dietro le torri di transistor, i data center e le guerre dei chip ci sono sempre persone, con le loro storie, i loro talenti e i loro sogni. Le mappe del potere si disegnano con i semiconduttori, ma si leggono, in fondo, a partire dall’umanità.


Seguici sui nostri canali per restare sempre aggiornato:

Exit mobile version
×