Malecón Cuba

Trovi sempre gente lungo il Malecón, di notte, di giorno, chi pesca, chi passeggia, chi approccia una ragazza, chi corre, chi guarda il mare; e tanti fotografi alla ricerca dello scatto della vita.

Novanta miglia e arrivi a Miami, centotrenta chilometri e sei in America, ma non per tutti la terra promessa. C’è sempre un velo di malinconia nei pensieri di chi percorre un tratto di questa strada a sei corsie, vuoi per il sogno di una vita diversa o per la sequenza di facciate in gran parte diroccate, sia per effetto della salsedine che della carenza di materiali da costruzione dovuta all’embargo.

Nonostante questa percezione, è il luogo dove si vanno a fare le foto ricordo del matrimonio, dove si porta chi si vuole corteggiare confidando nello spettacolo di una città ricca del fascino coloniale, ma anche dotata dell’orgoglio di sé stessa e di ciò che rappresenta.

Iniziato nel 1901 e terminato nel 1952, è un muro di difesa dalla prepotente forza del mare, a protezione della parte storica di l’Avana.

Da alcuni anni tutto il centro storico di L’Avana, e anche lungo il Malecón, gli edifici più compromessi e di minor pregio sono abbattuti per far posto a delle nuove piazze. L’obiettivo è quello del contenimento dell’inurbamento dalle campagne e dai centri minori e, soprattutto, la creazione di spazi collettivi capaci di attivare una socialità diversa rispetto agli stretti vicoli che innervano la parte vecchia della città.   

Sia di giorno che di notte c’è chi pesca, magari con i bambini lasciati a giocare sul marciapiede, cercando di integrare una dieta quotidiana che oggettivamente è ridotta sia nelle quantità che nella varietà. Colpisce che incrociando questa gente, un multiforme campione di una città che ha conquistato un indubbio carisma, tutti ti sorridano e acconsentono a farsi fotografare nella consapevolezza che la loro dignità comunichi più del loro aspetto.

Le auto degli anni ‘50, i taxi ricavati dagli “apetti”, quelli più moderni di colore giallo, a volte sono costretti a stare lungo la corsia più centrale perché le onde che si infrangono sul Malecón superano i quattro metri e si infrangono con violenza invadendo le due corsie più vicine all’acqua.

Raramente gli otto chilometri della sua lunghezza vengono percorsi velocemente, chi sceglie di farlo a piedi tenendo il lato delle facciate attraversa un mondo fatto di portici, abitazioni e di ristoranti con aragoste a dieci euro, dalle insegne più varie e sorprendenti: “Labadia”, tutto attaccato, “ristorante soviEtico”, intermezzati da locali creativi destinati ai più giovani e chioschi improvvisati.

Si vede però un graduale recupero urbano fatto di nuove piazze, di facciate e interni recuperati, di un gusto che non è caraibico né sudamericano; forse è proprio il senso di quell’urlo che alla fine di ogni canzone, come un rito, viene ripetuto applaudendo a se stessi: soy Cuba! 

Photo Credis Giovanni Tarpani


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