Le invasioni barbariche film

Poche settimane fa il CSMT (il meritorio Polo Tecnologico dell’Università di Brescia, punto di riferimento del rapporto fra impresa e ricerca scientifica nel territorio della Leonessa) ha lanciato il progetto della cittadella dell’innovazione, usando il rinascimento come paradigma da cui partire. Non è la prima volta e non è la sola negli ultimi decenni. Politici, editori, innovatori affascinati dal genio michelangiolesco o leonardesco evocano spesso e volentieri il mito culturale, esempio radioso di intelligenza e di progresso, del rinascimento. 

Folgorante il dialogo de “Le invasioni barbariche” di Denys Arcard (2003)

“Firenze, Palazzo Vecchio,

on facing walls, two painters:

Leonardo da Vinci and Michelangelo.

An apprentice: Raffaello.

A manager: Niccolò Machiavelli”

Il mito, insomma, di un periodo dove intelligenza, merito e genio scorrevano nelle strade di Firenze, consentivano ai giovani di collaborare in botteghe dove straordinari maestri e giovani promesse davano il meglio di sé con la regia di mecenati ispirati. 

E mito che tanto spesso omette le tinte fosche, messe – non così spesso in luce – da folgoranti intellettuali moderni come Graham Greene: “In Italy for 30 years under the Borgias they had warfare, terror, murder, and bloodshed, but they produced Michelangelo, Leonardo da Vinci and the Renaissance. In Switzerland they had brotherly love – they had 500 years of democracy and peace, and what did that produce? The cuckoo clock”. Del resto la storiografia più seria non omette le tinte altrettanto fosche della famiglia Medici, la rivalità spesso sanguinosa fra botteghe, l’uso politico dell’arte, restituendo un quadro meno edificante di quel periodo.

Ha ancora senso che il nostro presente si misuri con questo mito o la contemporaneità è più affine ad altri momenti e percorsi culturali della storia?

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Non è nuovo il paragone del mondo moderno con quello barocco. Fin dagli anni ’80 moltissime riflessioni (come quella di Omar Calabrese) partite dalle arti visive e poi raccolte dalla semiotica, hanno rilevato il peculiare modo di organizzazione l’espressiva del nostro tempo, trasversale ai diversi campi della “cultura” (dalle comunicazioni di massa alle arti, agli indirizzi della ricerca scientifica) e si siano caratterizzate dall’accento posto su determinati aspetti e strutture formali, come la valorizzazione del limite e dell’eccesso, la conoscenza per frammenti e per dettagli, l’apprezzamento per la ricorsività in quanto tale e in particolare per quella di figure labirintiche e caotiche. Valori formali che sono per l’appunto gli stessi che governavano le manifestazioni culturali del barocco.

La ricorsività labirintica tanto apprezzata da Eco e visivamente impressa nell’immaginario collettivo della barocchissima biblioteca de “Il nome della rosa” ha, in effetti, innervato tanta parte dell’arte moderna: si pensi alle lezioni di tre mostri sacri dell’arte contemporanea come Keith Haring, Anish Kapoor o Maurizio Cattelan.

Artisti ossessivi nelle loro manie, nelle ripetizioni, nelle citazioni.

Ma ciò basta a definire la complessità di un presente?

A partire dall’epidemia

Non possiamo negare che l’orizzonte di significato, ermeneutico e anche artistico non potrà fare a meno del dibattito – ma prima di tutto del vissuto – della pandemia che imperversa ormai da due anni.

Il mondo barocco nasce a cavallo fra due grandi pestilenze: quella del 1576 e quella del 1630. 

Lo sguardo nuovo sulla morte, sulla paura e sulla incertezza, hanno molto in comune con le inquietudini della modernità. La semplice e traumatica esperienza della quarantena (ci sono rimaste in tante città le colonne per le celebrazioni delle S. Messe) sono un aspetto straordinariamente vicino ai giorni che abbiamo passato. 

Che cosa ha prodotto nelle menti e negli animi di oggi e di ieri un’esperienza così innaturale e inconsueta?

Sicuramente una profonda cesura, e su più orizzonti. 

Una cesura definitiva di tre orizzonti

Il primo orizzonte è quello economico, della crescita infinita. La finitezza delle risorse di questo mondo, le conseguenze catastrofiche del loro esaurimento, accanto alla sostanziale diffusione delle disuguaglianze e delle povertà ci hanno ormai persuaso che “le magnifiche sorti e progressive” delle concezioni novecentesche si sono scontrate con la forza della realtà.

Il secondo orizzonte è quello della fiducia nella tecnologia. La tecnologia semplice strumento nelle mani di un uomo vincitore della natura si è rivelata un mito. La tecnologia da una parte “non dà pasti gratis”, spesso essendo causa di problemi economici e ambientali, ma dall’altra ha mostrato il suo aspetto non neutro ed in qualche maniera inquietante. Sta cambiando l’antropologia con il concetto di connettività perenne. 

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Il terzo, infine, è quello della fine della centralità del nostro mondo occidentale. Un percorso iniziato dagli anni ’80 ma ormai così profondo da riverberarsi in ogni aspetto anche della nostra vita.

Dipendiamo dalla grande fabbrica del mondo, la Cina. Come ha reso evidente, ad esempio, la drammatica mancanza di mascherine all’inizio della pandemia. 

In un certo senso il mondo barocco nasce da situazioni simili: la Cina della fine del ‘500 si apre ai commerci internazionali dopo molte controversie, e diventa senza alcun dubbio la prima economia mondiale, gli europei con Colombo, Diaz e Magellano aprono nuove rotte e iniziano una nuova epoca. 

Opéra Garnier, Parigi

Finisce in Occidente l’illusione di una società unitaria, la res pubblica christianorum, con il trionfo del protestantesimo e l’inizio dei grandi conflitti che culmineranno nella sanguinosa guerra dei trent’anni che ridisegnerà la geografica anche umana del nostro continente.

E tramonta la in qualche modo la fiducia tomistica nella possibilità di una realtà leggibile alla luce della metafisica.

In questo contesto nasce il metodo scientifico, che inneverà sempre di più la civiltà occidentale fino al XX secolo.

Questo è il momento della nascita del mondo barocco: un contesto profondamente diverso da quello rinascimentale, dove prevale il non finito, l’apprezzamento per il meraviglioso e il “diverso”, la moltiplicazione del particolare e la percezione della finitezza e della minutezza dell’uomo di fronte ad un universo sconosciuto, mutevole e plurale.

Oggi

Se l’uomo barocco conosce inquietudini e riflessioni veramente moderne, non possiamo però omettere che la sua vita non cambia sostanzialmente rispetto a quella di un uomo del medioevo o della romanità.

Oggi innovazioni tecnologiche e fenomeni inimmaginabili passato (la connessione perpetua, la mobilità intercontinentale, la prima concreta possibilità di relazionarsi con qualcosa di non umano come la IA), rendono in nostro mondo un “altro mondo”, quasi che il sogno muskiano della colonizzazione di Marte fosse già qui,

Che tutto questo non abbia avuto, o non stia avendo impatti sulla nostra umanità è risibile. L’umanità sta cambiando. Lo evidenziano molte riflessioni scaturite da nuove tendenze filosofiche: la teoria del caos, il tecno-umanesimo, il trans-umanesimo o la neo-Bauhaus. Tutte queste nuove visioni ci dicono della influenza della tecnologia e delle nuove modalità del vivere sull’antropologia e sul pensiero.

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Come nel barocco questa accelerazione era stata accelerata da scoperte, metodo scientifico, fine della cultura unitaria dell’Occidente ma anche dalle ricorrenti pestilenze (fra tutte quelle del 1576 e quella del 1630), così oggi molte cesure ci fanno affacciare su un nuovo mondo

Nasce in questo contesto un’attenzione nuova, che nasce profondamente contaminata anche dalla ricerca della “via” della filosofia orientale (confuciana, taoista e buddista in primis).

Il successo di volumi come “Il magico potere del riordino” della giapponese Marie Kondo che mettono in luce gli effetti profondamente concreti dei nostri comportamenti sul nostro mondo, e vedono la realtà non più con un occhio metafisico, ma etico, antropologico e in ultima analisi profondamente umano, ci dice di un mutamento in atto.

Così come la filosofia del ‘900 con la sua indagine sulla epistemologia, la logica e la semantica e la semiotica si sono distaccati dalla granitica influenza metafisica del kantismo e dell’hegelianesimo, così oggi forme di pensiero – e sottolineo pensiero – come il design thinking, che mettono al centro le energie e le forze nuove di una “tekne” come il pensiero riordinante del design in campi diversissimi come la medicina, la pianificazione urbana o la comunicazione, sono le avvisaglie di un periodo neo-barocco che merita attenzione e studio.


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