Patricia Urquiola

L’ingegner Aureliano Camelia in tanti anni aveva già lavorato con molti progettisti ma si era finalmente deciso ad un’esperienza diversa, per rinnovare il portfolio della sua azienda vivaistica – già molto ricco di importanti realizzazioni internazionali. Non era una novità che alla vecchia scuola di paesaggisti aristocratici si aggiungessero da tempo progettiste donne, di più fresca ispirazione: ma era la prima volta che Camelia si preparava a collaborare con una di loro, tra le più stimate in un mondo che non faceva sconti a chi non avesse, oltre all’ingegno creativo, una vera conoscenza tecnica e un amore smisurato per alberi, piante e fiori. Un giardino, un parco, sono mondi delicati e insieme spietati, regni magici dove Natura e Artificio si combattono per la prevalenza dell’uno sull’altro.

E solo quando si uniscono in nozze alchemiche il semplice amatore e/o l’esperto progettista possono godere dei fiori e dei frutti che ne nascono. Del resto, Aureliano sapeva che già il suo nome di famiglia conteneva un presagio sulla difficoltà del crescere e sbocciare, simboleggiato da quella curiosa pianta nipponica: che se non vive in un habitat progettato e seguito con cura rimarrà un arbusto capriccioso, rigoglioso ma sterile, che più del verde scurissimo e lucido delle foglie non regalerà al giardiniere inesperto. Con questi pensieri in mente, l’ingegnere suonò il campanello al portone del palazzo Liberty dove aveva studio a Milano Patricia Urquiola.

Camelia non se l’aspettava, ma ad aprire il bel portone in legno e ferro battuto venne proprio lei. Gli strinse la mano con forza, lo fece entrare nella bella corte e da lì in studio. Avevano parlato all’ingegnere di un ufficio abbastanza grande, un open space con molti collaboratori indaffarati e dove inevitabilmente telefonate, discussioni e altri suoni si sovrapponevano e risuonavano in una simpatica cacofonia. Aumentò quindi lo stupore di Camelia quando si trovò in uno studio completamente vuoto, perfettamente in ordine, con tutte le apparecchiature spente, non una persona al lavoro e la sola Urquiola a riceverlo.“Carissimo, non se debe estupire” iniziò Patricia, con la sua simpatia e il suo inconfondibile accento spagnolo, che in tanti anni a Milano non aveva mai perso: “Oggi si sposa una nostra carissima collaboratrice e tutti sono andati alla festa. Io sto qui a lavorare, certi committenti non aspettano” spiegò con il grande sorriso, più una risata contagiosa, per cui era famosa. “Non le dispiace se le faccio strada io?

Andiamo in biblioteca, che dice, ingegnere?”Camelia iniziò a seguirla e – mentre lei non smetteva di parlare, praticamente di tutto – osservò che lo studio era davvero bello, organizzato su più livelli con un’accorta ristrutturazione: ma in qualche modo Patricia era riuscita a conservarlo nella sua atmosfera originale, con residui del dècor Liberty come qualche vetrata alle finestre, corrimani e ringhiere in ferro battuto e perfino qualche lampada a sospensione originale. Per il resto dominavano colori chiari, negli arredi mobili, nelle pareti, nei soffitti e perfino nel pavimento, di listoni di legno verniciato. La sequenza delle stanze e degli spazi continuava e non sembrava finire più.Camelia cominciava a chiedersi dove potesse essere la biblioteca, quando finalmente Patricia aprì una porticina (porticina se rapportata all’altezza dello spazio, che in quel corridoio curiosamente si alzava a più di quattro metri) e lo fece entrare in una grande stanza circolare.

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Era ancora più alta dell’ultimo corridoio da cui erano passati, con strani tendaggi rosa alle pareti: strani perché la stanza non aveva finestre, ma la luce entrava da una vetrata aperta nel soffitto e cadeva zenitalmente nel centro dell’ambiente. Qui stava un tavolo di cristallo variegato, come liquefatto e poi solidificato, in una semplice geometria di cerchi e rettangoli. Doveva essere un pezzo speciale su misura: senza riempire tutta la stanza, ne occupava una gran parte. Le sedie erano piccole, in uno stile e materiale simile ma con un minimo di ergonomia per potercisi sedere. L’ingegnere si accorse allora che erano solo due, ma evidentemente anche questa scelta faceva parte della scenografia dell’accoglienza.“Prego Ingegnere, si sieda ” gli si rivolse Patricia, molto rilassata. “Allora, di cosa parliamo?” Aureliano iniziò necessariamente dalla storia della sua azienda – una delle più grandi in Italia e in Europa – che era arrivata al successo non solo per molti anni di intensa attività ma per essere impostata con un metodo rigoroso di ricerca, progettazione e realizzazione, secondo normative e regolamenti piuttosto complessi, quasi come un’impresa di costruzioni: con la differenza che i progetti della sua società si adattavano, dovevano adattarsi all’imprevedibilità della natura.

Patricia era entusiasta di questa concezione progettuale e riempì Aureliano di domande: in parte per curiosità vera – come nel suo carattere – in parte per la necessità di capire cosa effettivamente avrebbe potuto offrire a quell’ingegnere giovane e simpatico, così appassionato al suo lavoro. Finché, alla fine del suo racconto, Patricia fece un breve riassunto: “Dunque, si ho capito bene vorrebbe che studiassimo per lei una specie di “parco prefabbricato”, un sistema de componenti… non saprei bene come chiamarle… di elementi, diciamo, per poter realizzare meglio e più velocemente giardini di dimensioni diverse?

”Era più o meno quello di cui aveva bisogno l’ingegnere, considerato che le commissioni continuavano ad aumentare, un po’ in tutto il mondo e non sempre si poteva far lavorare i progettisti sull’intero parco, quando alcune “isole”anche di dimensioni importanti potevano essere già predisposte. Quindi Aureliano le rispose, lapidario: “Sì, penso che ci siamo intesi”Patricia allora si alzò in piedi, girò su sé stessa e tirò uno dei cordoncini di seta che pendevano lungo il perimetro della stanza.

I tendaggi si aprirono tutti contemporaneamente e svelarono un’enorme scaffalatura di legno massello che ricopriva tutte le pareti, piena di grandi volumi, uguali e numerati progressivamente, con la costa di colori diversi per ognuno degli argomenti trattati. La scaffalatura sembrava antica, mentre i volumi avevano l’aria di essere stati appena rilegati: anche se un finissimo velo di polvere faceva capire che erano lì già da un po’ di tempo.“Vediamo si aqui se trova qualcosa di adatto a noi” disse Patricia sorridendo, mentre si arrampicava agilmente su una leggera scaletta, apparsa dal nulla, che poteva arrivare fino all’ultima mensola. Aureliano non fece neanche in tempo ad alzarsi per offrirsi di andare su lui, che Patricia era già salita, aveva preso uno dei volumi in alto e iniziava a scendere. L’ingegnere le diede la mano per aiutarla sull’ultimo piolo della scala, un po’ troppo alto.

Patricia lo ringraziò, mise il piede a terra, passò la mano libera sulla giacca e i pantaloni di raso che si erano appena impolverati dalla salita sugli scaffali e con tutte e due le mani si chinò leggermente per appoggiare il volume sul tavolo di cristallo liquefatto.
“Allora ingegnere, avrà capito” disse, battendo piano una mano sulla copertina di tela del volume “Queste sono le raccolte dei miei studi per vari progetti, realizzati ma anche no. C’è dentro quasi tutto, dai primi lavori agli ultimi ma anche molte idee che ho avuto e che non sono riuscita a realizzare, o per cui non si è trovato il partner adatto.

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Lei sa che in questi ultimi anni stiamo facendo anche diverse architetture, specialmente per il pubblico e con molti spazi esterni?”“Lo so bene Patricia, e so che sta avendo un grande successo: anche per questo sono qui da lei, perché ho fiducia che tra ricerche e progetti realizzati potremmo avere veramente una collaborazione interessante.”“Ecco, bene… Allora, in questo volume ho raccolto disegni e idee per il verde, e in generale per gli spazi esterni: compresi quegli arredi outdoor per cui sembra io sia diventata famosa”sorrise Patricia, quasi arrossendo.

“Eppure è stato abbastanza logico, avendo disegnato tanti oggetti e spazi, dedicarmi a studiare anche prodotti e soluzioni per gli esterni. Quando ho cominciato c’era veramente poco, di bello, e mi sono proprio divertita a inventare tante nuove tipologie, di mobili e ambienti. In fondo per me progettare è ancora un po’ com’era per i maestri che ho avuto la fortuna di conoscere – Castiglioni, Magistretti: passare da una scala all’altra, dall’oggetto all’edificio, con la stessa convinzione che è sempre possibile inventare qualcosa…

Dunque, vediamo un po’ cosa c’è qui…” Quando finalmente Patricia si decise ad aprire il volume, l’ingegnere fu stupito dall’incredibile quantità di disegni: da studi di foglie, fiori e rami a interi paesaggi, piccoli mobili, superfici, edifici. A volte i disegni riempivano completamente le pagine, altre rimanevano isolati: come a distinguere un pensiero, un’idea migliore, o solo più precisa, delle altre.Fu allora che successe l’inaspettato.

Appena Patricia sfiorava con le dita i disegni che interessavano Aureliano questi si animavano, come fossero reali: o meglio, apparivano sul soffitto, diventato opaco, e sulle pareti in una specie di diorama iperrealistico, o un film in multi proiezione. Fissando le pareti, lo sguardo dell’ingegnere si perdeva tra boschetti ombrosi e grandi prati che fiorivano come in stop-motion, con fonti e ruscelli che scorrevano gorgogliando: profumi sconosciuti fluttuavano nell’aria e sembravano trasformare i suoni del creato in una musica soprannaturale.

Meravigliato dal realismo fantastico della situazione, Aureliano prima pensò a nuovissime, a lui sconosciute tecniche di digitalizzazione: poi preferì lasciarsi trasportare dall’illusione. Così ogni volta che un disegno “tornava” dentro il libro, subito gli veniva la curiosità di vederne materializzarsi un altro. L’illusione continuò per un bel po’, con Patricia sempre più divertita a ogni nuovo progetto che si spiegava dentro la stanza, che per l’ingegnere era ormai definitivamente frutto di una magia. Ma il tempo correva più veloce del solito.

Quando le immagini sparivano e la stanza tornava ad essere illuminata solo dall’alto, la luce era sempre più morbida e fievole, finché non fu definitivamente buio. Non era tardissimo, ma il mese di ottobre non lasciava giornate molto lunghe: continuarono così per un po’ a “giocare” con quelle rappresentazioni che erano davvero impressionanti, per quanto rendevano bene il senso, il funzionamento e la percezione dei progetti. Avevano sfogliato quasi tutto il volume quando si trovarono d’accordo sull’idea di una soluzione modulare, che Patricia si mise a schizzare sotto gli occhi dell’ingegnere, direttamente nelle pagine ancora bianche del volume, che non erano poche: e che comunque sembravano aumentare, man mano che si riempivano di altri disegni e appunti…

Aureliano si rese conto che era davvero tardi, guardò l’orologio e chiese se per quel giorno poteva bastare. “Se basta a lei, ingegnere, certo, ci fermiamo qui, per ora” disse Patricia con un nuovo sorriso. “Però voglio lasciarle almeno una copia dei disegni e degli studi su cui ci siamo basati. ““Ma non c’è bisogno, può mandarmi le scansioni, con comodo. Non vorrei si rovinassero, sono così belli…”“Ma no, dài, le faccio io delle fotocopie a colori, così anche per ricordo.

Va bene? Anzi, uno dei disegni glielo regalo!” e in un attimo Patricia staccò dal volume il più bello di tutti, un acquerello pieno di colori e di grazia, con un sentiero che si biforcava tra i prati, pavimentato con un sistema di elementi in legno che ricordavano curiosamente la forma di certi biscotti.…Adesso Camelia si stava avviando verso il taxi che aveva chiamato Patricia.

Lei gli aveva consegnato una bella busta con i disegni, lo aveva salutato con un ultimo abbraccio, nel suo modo caloroso, ed era rimasta un attimo sulla porta dello studio a fargli ciao con la mano. Ancora un po’ confuso, mentre usciva dal portone Aureliano riaccese il telefono che aveva spento: per educazione ma anche per non essere disturbato e non distrarsi. Per poco non gli cadde di mano, quando vide sul display almeno una decina di sms dello studio Urquiola.

Ognuno gli chiedeva se aveva ricevuto le telefonate e l’avviso precedente. Aureliano richiamò il numero da cui arrivavano i messaggi e una voce acuta, ma gentile, rispose già al primo squillo. “Ingegnere, finalmente! Abbiamo provato a chiamarla tante volte per avvisarla, ma il suo cellulare sembrava spento! Patricia oggi non può incontrarla, c’è stato un contrattempo, un’emergenza ed è dovuta volare in un cantiere in Belgio… Si scusa moltissimo e giura che la rivedrà entro il mese.”Aureliano si sentì troppo stupido, o turbato, per raccontare quello che gli era successo. Figurarsi chiedere spiegazioni.

Nessuno gli avrebbe creduto, ma voleva capirci almeno qualcosa. Si convinse a fare la strada all’indietro, annullò il taxi, suonò nuovamente al portone sulla strada e si fece aprire. Entrò in cortile, sentì voci e rumori venire dalle finestre dello studio: ma i locali non erano quelli dov’era stato fino a poco prima. La porta da cui era uscita e rientrata Patricia era chiusa: e ora, guardandola meglio con le luci forti del cortile che nel frattempo si erano accese, vide che era malridotta, con la vernice scrostata in più punti e sui tasti dei campanelli nomi illeggibili.

Gli si era affrettato il respiro, si decise a chiedere una spiegazione e suonò alla porta, da cui venivano i suoni di melodie spagnole cantate allegramente.La segretaria lo accolse con aria contrita e un “Come ci dispiace, ingegner Camelia, ma Patricia è proprio dovuta partire di corsissima… e perdoni la confusione!”, si scusò imbarazzata “Domani si sposa una nostra collaboratrice di tanti anni, così i ragazzi sono un po’ agitati nella preparazione…” aggiunse, trattenendo un sorriso divertito. Camelia pensò di essere davvero stupido o – per un attimo – di essere finito in uno di quelle trasmissioni di scherzi in TV.

Ma non era possibile, così non gli venne in mente altro che dire: “Non si preoccupi, un contrattempo può succedere. Però… una curiosità. Ho visto che proprio qui accanto a voi c’è una porta simile alla vostra, ma un po’ malandata. Dove si va da quell’ingresso?”“Ah ingegnere, la porticina…” disse la segretaria con un tono di voce più basso. “Guardi, anche per noi c’è voluto un po’ a capirlo. Sono dei locali vuoti da tanto, ma che i proprietari non vogliono cedere per nessun motivo. E poi, non si sa nemmeno bene chi siano… forse nipoti dell’ingegnere che ha costruito il palazzo.”“E come si chiamava l’ingegnere?” “Gardenia? Mi pare… no, no, no… Magnolia?” “Insomma, il nome di un fiore”, tentò d’indovinare la segretaria. “Patricia però dovrebbe saperlo…

Quando torna, se vuole, glielo chiediamo”“No, non importa, fa lo stesso. Allora, grazie: ci sentiamo per fissare un nuovo appuntamento, il prima possibile, per favore.“Non mancheremo, la chiamiamo appena rivediamo l’agenda con Patricia. Grazie della pazienza, ingegnere, faccia un buon viaggio di ritorno”.Fuori era notte. Aureliano Camelia uscì dal palazzo Liberty e fece ancora qualche passo un po’ incerto.

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Qualche numero più avanti, sulla via, c’era un bar con un piccolo dehors e dei tavolini. Gli sembrò gradevole e si sedette al tavolo più distante dall’uscita. Accese una sigaretta, chiese un caffè e un bicchiere d’acqua alla cameriera che era subito arrivata al tavolo. Il sorriso di lei gli ricordò lo stesso della Patricia che aveva visto nel sogno… un sogno?

All’improvviso ripensò ai disegni che si animavano. Guardò nella borsa, dove li aveva messi: erano ancora lì. Non si muovevano, non diventavano realtà: ma anche alla luce debole del dehors gli sembrarono, soprattutto l’acquerello, ancora utili, originali, bellissimi. Proprio quello che ci voleva per la sua nuova strategia aziendale.


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