Venice Design Innovation

San Servolo sede della Venice Innovation Design è un’isola della laguna di Venezia, ma non è come le altre. Troppe e complesse sono state le vicissitudini tipologiche, funzionali ed ambientali che l’hanno trasformata in un simbolo al centro di altri cento simboli che solo quel luogo e la sua densità semantica sono in grado di esprimere.

Non è stato soltanto il luogo della follia e della costrizione, della sofferenza e della sottomissione, ma il vecchio monastero, poi caserma, poi ospedale è arrivato ai nostri giorni con l’allure di una stratificazione storica che è enorme, anche in relazione a quanto la circonda.

I tempi del veneziano Basaglia e della sua legge sono lontani, e trascorsi decenni tra tentativi e velleità urbanistiche e funzionali, oggi possiamo goderci uno spettacolo che è fatto di funzioni culturali, ricettive e sperimentali, anche se di fronte è sempre possibile godersi i fuochi del Redentore, in un passaggio estetico ed estatico tra Palladio, e il futuro dell’architettura, del design e della scienza.

Questo in fondo è l’obiettivo che VID (Venice Innovation Design)alla sua seconda edizione, prima post Covid, disegna su quelle sponde monumentali.

ciò che infonde coraggio ai nostri sogni, è la profonda convinzione di poterli realizzare”

L.C.

La vocazione dello spazio, del parco, degli edifici, stanze, auditorium, luoghi di piacere gastronomico, o spazi per concerti al coperto e all’aperto, tra cielo, mare, laguna e piazza San Marco.

Programma ambizioso, progetto complesso e presenze di altro profilo hanno scandito un piacevolissimo week end di luglio, dove la sequenza dei dibattiti e l’alternanza degli argomenti lascia una memoria in tutti i partecipanti, li costringe a riflettere sul senso del progettare che spiega, Antonio Cavalli, va nelle tre direzioni del “sentire”, nel “dare significato” e nel “dare una direzione”.

Manifesto sintetico e sincretico del nostro produrre oggetti etici, estetici per continuare a stupirci e continuare non sapere quello che potrà accadere e accaderci, nella nostra quotidianità di progettisti e di designer, nel nostro inseguire uno stato di grazia esistenziale che identifichi la nostra sfera intima, con l’ecosistema che ci contiene.

VIC è un luogo mentale ma ha ambizioni fisiche, non è un istituto di ricerca, un Hub per le start-up, o una facoltà (o Accademia di Buone Arti), ma vuole diventare la piattaforma interattiva dell’innovazione nel design, in tutte le sue sfaccettature: un diamante della creatività, un polo scientifico di sperimentazione sui materiali e sulle applicazioni in tutti glia ambiti del progetto, per il futuro e per un presente immaginifico.

I progettisti presenti (Femia, Kipar, Iosa Ghini e altri), le start-up, gli imprenditori e qualche critico hanno avuto la possibilità di scambiarsi idee, suggestioni, visioni, possibilità e opportunità, in un dibattito non convenzionale che ha espresso forme dialettiche reali e significative, e consentirà sviluppi di sicuro interesse per tutti.

Maurizio De Caro

È solo un inizio, un debutto quasi ma che fa ben sperare perché tutto era permeato da uno spessore e da una vocazione condivisa ai programmi di sostenibilità, compatibilità, circolarità quando questi termini escono dall’impianto retorico che li ha forgiati, che li ha resi prima “moda” e poi popolari.

Il linguaggio in questi giorni, a Venezia, ha ripreso il sopravvento, ha ristabilito le misure per analizzare il mondo che abbiamo e quello che vorremmo, le azioni che abbiamo fatto e quelle che possiamo fare per vivere semplicemente meglio, senza coccolare un’idea condivisa di suicidio planetario, e i progetti, i creativi, gli imprenditori hanno risposto con coraggio e preparazione scientifica.

Il tema dominante è il senso di colpa che molti sentono sulle loro attività pregresse, come l’assunzione di una responsabilità collettiva, uno psico-dramma per non aver capito, non avere intuito abbastanza ma oggi, da oggi si condivide la necessità di cambiare rotta e di andare verso quel ben-essere, e l’Isola permetterà  di ritrovare quel senso del viaggio verso l’ignoto sostenibile, ma, umanamente sostenibile.

“Ciò che è necessario accade comunque”

L.C.

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