Bruno Zevi

La metodologia del pensiero eretico e luminoso del Grande Critico

“I casi, come sempre sono due: o questa assemblea conferma che la nostra iniziativa è opportuna e urgente, ed allora nella cronaca e nella storia dell´ architettura italiana si leggerá:1959, ottobre 26: si costituisce l` Istituto Nazionale di Architettura. Oppure niente.”

“Diceva Teodoro Herzl, fondatore non di un Istituto, ma di uno Stato:” I sogni non sono poi così diversi dalla realtà, come qualcuno crede; tutte le imprese degli uomini, all’inizio, sono dei sogni”.

 Discorso di Bruno Zevi per la Fondazione dell´In/arch,26 ottobre 1959

“Ci sono solo due mestieri calzanti con la civiltà moderna: il regista cinematografico e l´architetto. Dunque tu il regista e io l ´architetto” a Mario Alicata, conversazione con B.Z.

“L’architettura è troppo importante per essere lasciata agli architetti.”

Giancarlo De Carlo, in Franco Bunčuga, Conversazioni con Giancarlo De Carlo, 2000

Bruno Zevi

Dobbiamo ammettere con modesto sconforto che la modernitá, la ricerca della modernitá che diventa attualitá, non ha mai avuto grande successo nel nostro paese, e quasi tutti gli spiriti immaginifici e anti-accademici, hanno faticato molto per poter affermare i necessari cambiamenti alle metodologie critiche, dominanti.

Zevi Bruno, romano, ebreo, intellettuale e critico implacabile è stato uno dei protagonisti del ventesimo secolo, forse dimenticato, come sempre è successo ai grandi, troppo presto e troppo spesso analizzato superficialmente, se non travisato o banalizzato.

La sua vita come ha scritto Michele Masneri sul Foglio, meriterebbe una serie su Netflix, di 24 puntate almeno.

Famiglia benestante, guizzo intelligente, curiositá inarrestabile, ricerca, ricerca, ricerca, studia a Roma prima di scappare a Londra e dunque ad Harvard con Gropius, ma guarda con troppo interesse, che durerá tutta la vita, a Frank Lloyd Wright, nella cui architettura intravede quel senso di adesione ad una libertà che è ancora negata in patria.

Dal ritorno in Italia nel 1943, alla fine del 2000, Zevi sará il protagonista luminoso ed eretico della cultura del progetto europeo e mondiale, o almeno di una certa cultura del progetto esente da retoriche.

Decine di testi fondamentali, intuizioni teoriche e connessioni storiche imprevedibili ne fanno un ingombrante monumento dell´ insegnamento, della critica e della storia dell’ARCHITETTURA.

É il primo a scrivere una storia dell’architettura moderna, è l’unico a scrivere di architettura settimanalmente su un newsmagazine a larga tiratura come l´Espresso, ma anche a creare una rivista che dirigerà per 45 anni, e poi l’In/ architettura, ma anche a fare il Deputato della Repubblica e il Presidente di un Partito, Radicale ovviamente.

 Da vecchio socialista riabilita personaggi scomodi, storicamente come Terragni e viventi come Moretti, la cultura progettuale è superiore a qualsiasi credo politico, anche se sbagliato.

La villa di famiglia in via Nomentana, diventa un luogo di pellegrinaggio, e assiste a eventi (come si direbbe oggi) memorabili, come la festa in onore di FLW, ma anche incontri che la moglie, Tullia, organizza come l’incontro tra Nenni e Schlesinger Jr che pare abbia dato il via al primo  governo di centro-sinistra italiano.

Rimane un ribelle a oltranza  e polemista inveterato pur conoscendo e frequentando tutte alte sfere politiche, culturali e imprenditoriali che forse lo temono, ma certo ne rispettano la coerenza e l’onestà intellettuale.

Perché Zevi è Zevi e molto altro. Il discorso letto all’Éliseo di Roma nell’ottobre 1959, è un capolavoro di oratoria e di lungimiranza, e di assoluta attualità dopo piú di sessant’anni, così come “l’idea-telaio” che l’architettura nasca dalla collaborazione virtuosa di committente, costruttore e architetto, affermazione oggi lapalissiana che, al tempo, sembrava lunare.

Si formano schiere di detrattori che non sopportano il suo stile schietto e diretto (Flaiano avrebbe detto: gli italiani odiano l’arbitro perché esprime un giudizio), ma anche la generale considerazione che l’uomo e il critico sono una condizione necessaria per garantire la sopravvivenza dell’architettura moderna.

Ha scritto e sviscerato l’Opera di: Michelangelo, Neutra, Borromini, Terragni, Wright, Asplund, Mendelsohn, Biagio Rossetti, Andrea Palladio, Victor Horta, Mies van der Rohe. Ha fondato l’Associazione per l’Architettura Organica, e la rivista dell’Associazione Metron, diretta con Luigi Piccinato e Mario Ridolfi.

Dal 1949 insegna Storia prima a Venezia e poi a Roma (fino al 1979).

É segretario generale dell´INU (Istituto Nazionale di Urbanistica).

Ha creato la prima emittente privata romana TeleRoma56.

“Temperamento da orologiaio svizzero e, insieme, pittore astratto; maniaco di codificazioni e propagandista di straordinaria versatilità; categorico assertore di schemi, ansioso di primeggiare, più che per l’eccellenza dei risultati poetici, per geniale chiarezza metodologica; scontroso, egocentrico, sarcastico e lirico, sensibile ai temi sociali non tanto per reale partecipazione, quanto per l’esigenza di racchiudere i comportamenti umani entro sistemi algebrici. In breve, astrattismo figurale, astrattismo tecnico, astrattismo sociologico fusi da una prodigiosa capacità di intervento. Questo è Le Corbusier uomo, architetto e trattatista.” —  Bruno Zevi Volume primo, III. I maestri del periodo razionalista, Charles-Edouard Jeaneret – Le Corbusier, p. 98 Storia dell’architettura moderna.

Sull’”Architettura -Cronaca e Storia”, pubblica quello che considera significativo in ogni territorio ma senza salamelecchi alla critica dominante, e sarà proprio lui a farci scoprire personaggi apparentemente minori che invece poi risulteranno essere figure eponime.

Il premio che nasce presso l’In/Architettura si colloca su questo solco: avere una lettura il più possibile reale dell’attualità realizzata.

La sua attività accademica è profondamente collegata al principio ineluttabile dello svecchiamento dei paradigmi della progettazione e del superamento dell’accademismo, che aveva segnato il ventennio mussoliniano, ma quando c´è da salvare episodi interessanti di quel periodo, lui si schiera come difensore estremo, vedi l’abbattimento della Casa del fascio di Como, di Terragni, massimo capolavoro dell’architettura razionalista italiana, celebrata in seguito da tutti i grandi teorici internazionali.

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La sua antica passione e partecipazione politica non verrá mai meno nel corso dei decenni, perché Zevi considera la politica attiva come un obbligo intellettuale che permea qualunque attivitá umana, sempre e comunque come testimonianza civile, come impegno etico, che abbandonerá solo quando il Partito Radicale entrerá a far parte di un gruppo misto europeo dove sono presenti esponenti dell’estrema destra francese.

“L’idea basilare della città giardino parte dal proposito di salvare sia l’organismo urbano che il territorio rurale: la città dal congestionamento, dallo squallore, dai tuguri, la campagna dall’abbandono e dalla fatiscenza. (Volume primo, II. La prima età dell’architettura moderna, Arts and Crafts e città giardino, p. 52)”  Bruno Zevi. Storia dell’architettura moderna

Attualità e destino del pensiero Zeviano

Le sue intuizioni, il suo metodo rivoluzionario, e l’invenzione del Lessico rimangono attuali, contemporanee e forse poco analizzate, perché figure come Zevi sovrastano scuole e analitiche parziali, divenendo fonte di ispirazione continua per le nuove generazioni di architetti, di critici e di storici.

Un giacimento culturale da salvaguardare e condividere.

Siamo vicini ad un punto dove le tecniche comprese quelle “dello scrivere”, sono ormai appannaggio di intelligenze piú o meno artificiali, e dunque avrebbero bisogno di un ricostituente semantico, grammaticale e letterario, di cui è intrisa la sua enorme opera, e questo fa riferimento anche alla sua vita esemplare, certamente complessa e faticosa ma gli riconosciamo un tracciato etico profondo, e un insegnamento che dovrebbe essere metabolizzato con molta attenzione dalle nuove generazioni di professionisti.

Dell´attivitá di In/architettura, del valore culturale assoluto dei premi nazionali e regionali(intuizione straordinaria, lontana dalle mode in formazione)parleremo in un prossimo editoriale, qui è necessario affermare che quell´insegnamento poli-disciplinare deve restare come eredità attiva per le nuove generazione, ma soprattutto l´esempio di chi ha sempre creduto nell´affermazione della cultura progettuale come ambizione sociale e sociologica, come disegno antropologico di una nazione, libera e intellettualmente affrancata dalle furbizie formali.

Questo in estrema sintesi era Zevi e questo è.

Una presenza costante per le opere che ha lasciato, quelle attive come In/Arch e quelle scritte(centinaia di testi immortali) che ,rimangono come una delle testimonianze piú alte della nostra professione di architetti e di critici, e viatico per quell´uomo attento e sensibile capace di essere felice col suo lavoro, che ricordiamo è in grado di rendere migliore la societá che attraversiamo.

“No all’architettura della repressione, classicista barocca dialettale. Si all’architettura della libertà, rischiosa antiidolatrica creativa. ”L’architettura come profezia.


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