Carlo Catti, architetto e ingegnere, detiene numerosi brevetti. Ha partecipato a oltre 250 diverse pubblicazioni ed è stato incluso nella lista 2008 dei 60 migliori innovatori internazionali negli ultimi 60 anni.

Lei insegna al Mit di Boston, e lì dirige anche il Senseable City Lab. Quali sono i temi affrontati in questo laboratorio?

— Il nostro obiettivo al Senseable City Laboratory è cercare di comprendere come la tecnologia stia cambiando il nostro modo di capire la città, di progettarla e in ultima analisi di viverla. Più in generale le strutture con cui operiamo sono le seguenti: Senseable City Lab – laboratorio di ricerca presso il MIT di Boston (dove io insegno), con basi a Boston e Singapore. Qui sviluppiamo ricerca e “vision” generale. Carlo Ratti Associati – ufficio di design e architettura con base a Torino, Londra e Boston. Qui sviluppiamo tutti i progetti da costruire, da un elemento di arredo a una città. Startups – diversi nostri progetti diventano start-up con società costituite ad hoc. Abbiamo appena ricevuto fondi di venture capital per la Copenhagen wheel, ad esempio…

In generale si tratta di questo: le città, coperte di sensori e di reti elettroniche, si stanno trasformando in computer all’aria aperta. Si può dire che internet stia invadendo lo spazio fisico, un fenomeno che spesso passa sotto il nome “smart city”. Questa evoluzione ha investito anche altre realtà e oggi siamo all’esordio di una dimensione ibrida, tra mondo digitale e mondo materiale, che sta trasformando il nostro modo di vivere.

Carlo Ratti ospite al Festival SEED

Prendiamo, per esempio, le gare di Formula 1: vent’anni fa per vincere erano necessari un buon motore e un bravo pilota; oggi c’è bisogno di un sistema di telemetria, basato sulla raccolta di dati da parte di migliaia di sensori posti sulla macchina e sulla loro elaborazione in tempo reale. In modo analogo le città di oggi ci permettono di raccogliere una mole di informazioni senza precedenti, che possono poi essere trasformate in risposte da parte degli abitanti o dell’amministrazione pubblica.

Lei ha dichiarato di preferire il termine senseable piuttosto che smart per le cities. Può spiegarci il perché?
— Sì, preferiamo definirle senseable cities, un nome che ha una dimensione più umana e mette al centro le persone, non la tecnologia…

Città e cittadini. Il rapporto esistente tra loro come e quanto muterà nel tempo?

— Un aspetto molto interessante è quello del coinvolgimento dei cittadini nella gestione della città, con nuovi processi dal basso. Oggi le reti permettono nuovi modelli di condivisione, più accessibili e veloci. Basta pensare a Wikipedia. Oppure al modo in cui è stata gestita l’elezione di Obama a presidente degli Stati Uniti d’America o al fenomeno della Primavera Araba: in tutti questi casi i social networks, collegando le attività locali e gli abitanti della città, sono divenuti un potente catalizzatore d’azione.

In un momento economico difficile come quello che attualmente il mondo sta vivendo, è possibile pensare alle smart cities come nuove opportunità di crescita?

—Certamente, il primo aspetto è legato alla riduzione dei costi della città. Ad esempio in Spagna, dove stiamo lavorando con diverse amministrazioni pubbliche e con la società Ferrovial, vediamo che la crisi sta spingendo verso l’adozione di nuove tecnologie alla scala urbana, per ridurre i costi e ottimizzare gli sprechi. Un esempio? La raccolta dei rifiuti: grazie alle informazioni in tempo reale ottenute dai sensori possiamo evitare di svuotare i cassonetti tutti i giorni, ma intervenire solo quando sono pieni o maleodoranti. Ma più in generale gli aspetti economici che nel tempo si traducono in occupazione – possono essere significativi. Pensiamo a semplici app come OpenTable o Uber, che in poco tempo hanno raggiunto capitalizzazioni superiori al miliardo di euro.

Cambieranno anche i modi di produrre?

— Certo, un aspetto connesso a smart city è quello legato ai nuovi modi di produzione e alla cosiddetta terza rivoluzione industriale. L’idea è semplice: tutte quelle macchine a controllo numerico che sono state sviluppate negli ultimi decenni stanno oggi diventando disponibili a un pubblico sempre più ampio. E in questo modo stanno prospettando grandi cambiamenti nel mondo della progettazione e della produzione industriale.

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Il principio di questi sistemi è facile da descrivere: alla base c’è il cosiddetto processo file-to-factory, che consente una connessione diretta tra il mondo digitale (un comune PC) e quello fisico quest’ultimo quasi sempre costituito da un sistema meccanizzato di movimentazione basato su semplici traslazioni o rotazioni. All’estremità di questo meccanismo poi si trova in generale un utensile, che permette di effettuare lavorazioni di tipo diverso: togliere del materiale (come, ad esempio, in una fresa o una taglierina laser) oppure aggiungerlo.

Quest’ultima funzione è quella a cui appartengono oggi alcune delle macchine più interessanti: le stampanti tridimensionali, che depositando gocce di materiale una sull’altra e che permettono quindi di mandare in stampa non un foglio di carta ma un oggetto di qualsiasi geometria.

È il passaggio dal mondo dei pixel – quadratini colorati sui quali si basano i normali processi di stampa a quello dei voxel, piccoli cubetti tridimensionali, simili a minuscoli Lego, con i quali si può costruire qualsiasi oggetto. Credo che nel nostro Paese queste macchine possano promuovere nuove eccellenze.

– Una specie di “Artigianato 2.0”. Ma si tratta di prendere il treno adesso, mentre sta partendo…

In Italia non ci sono più di dieci città metropolitane che diverranno smart. Le restanti sono di media grandezza. Secondo lei si adatteranno a divenirlo allo stesso modo o qualcosa cambierà per loro?

— L’Italia, in quanto a città smart, è sempre un po’ a macchia di leopardo con realtà di eccellenza affiancate ad altre molto meno dinamiche. Ma si tratta di aspetti trasversali rispetto alla taglia, che coinvolgono sia città grandi che città piccole…

Quale possibile sviluppo è prevedibile in futuro per le nostre città?

— In Italia non si tratta tanto di immaginare città futuristiche, quanto piuttosto di riprogettare le città di oggi. Il modello smart city è un’occasione molto importante per il nostro Paese. In una nazione in cui la popolazione non cresce e gli standard abitativi non cambiano (anzi, per effetto della crisi la superficie pro capite delle abitazioni potrebbe ridursi), non si può più pensare a espandere le aree urbane come nel secolo scorso: oltre a consumare inutilmente territorio vergine (greenfield, come si dice in inglese) ciò si traduce inevitabilmente nello svuotamento delle aree già edificate, esponendole al rischio del degrado. Importante sarà invece valorizzare il patrimonio esistente, correggendo gli errori urbanistici del secolo scorso e usando le nuove tecnologie.

Un esempio è il traffico: abbiamo già auto che si guidano da sole o reti che ci per- mettono di non sprecare tempo e benzina alla ricerca di un parcheggio. Molti dei problemi si risolvono utilizzando meglio le infrastrutture che già esistono. Con meno asfalto e più silicio. Infine bisogna dire che a prima vista la città di domani non sarà molto diversa da quella di oggi. Come i Romani di 2000 anni fa abbiamo bisogno di piani orizzontali sui quali muoverci e di finestre che ci proteggano dalle intemperie. Tuttavia quel che cambierà di più in futuro sarà il modo di vivere lo spazio grazie a nuove forme di condivisione dell’informazione, la carta vincente.

Per i progettisti si aprono nuovi scenari, nei quali l’architettura non si occupa solo dei “gusci” costruiti, ma come dicevamo sopra, fa dialogare informatica e scienze sociali.


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