“La capacità di inventare, bisogna ammetterlo con umiltà, non consiste nel creare qualcosa dal nulla, ma dal caos” (Mary Shelley, Frankenstein).

Il numero 3-inverno ’26 di “laRivista”, a cura dell’associazione culturale “cheFare”, ha per titolo “Fine della Rigenerazione Urbana?” con un filo conduttore molto netto: non si tratta semplicemente di stabilire se la rigenerazione urbana sia finita, ma di verificare che cosa sia rimasto della sua promessa originaria e, soprattutto, quali pratiche possano restituirle un significato politico, sociale e spaziale.

I contributi raccolti sono su posizioni prevalentemente critiche verso la rigenerazione intesa come valorizzazione immobiliare, marketing urbano o semplice trasformazione fisica, ma non presentano una posizione completamente uniforme: alcuni autori, infatti, non propongono di abbandonare il concetto, bensì di “risignificarlo attraverso il tempo, la partecipazione, la cura, il conflitto e la costruzione di nuove istituzioni”, in un appunto: “istituzioni che imparano”.

Bertram Niessen, presidente e direttore scientifico di “cheFare”, propone cinque condizioni: diritto alla città, contrasto al cambiamento climatico, diritto all’abitare, sapere sistemico accessibile e città pensata per gli abitanti anziché per i city user, definiti come “la manifestazione concreta dell’incapacità delle economie occidentali di trovare una direzione oltre la monocultura turistica”.

Per Carlo Cellamare, ordinario di Pianificazione alla Sapienza, il punto decisivo è rispondere: “Chi beneficia della trasformazione e quale modello economico-sociale produce?”, mentre Maurizio Cilli, architetto, porta la critica a un livello più radicale: anche partecipazione, innovazione, urbanistica tattica (definita “estetica della distrazione”), forestazione e tecnologia possono diventare strumenti della rendita. Il valore sociale prodotto dagli abitanti può essere catturato dal mercato e trasformato in incremento del valore immobiliare.

Necessaria la considerazione di Claudio Calvaresi, urbanista, sul tempo come componente progettuale: il termine rigenerazione contiene una promessa di futuro che rischia di trasformarsi in cancellazione del passato; la città, invece, è un palinsesto di stratificazioni, memorie, conflitti, vulnerabilità, la vera innovazione non coincide quindi necessariamente con la rottura, può essere un processo lento capace di lavorare su più livelli.

Filippo Tantillo, esperto di politiche del lavoro, allarga la visione e sposta il baricentro dalle periferie metropolitane al territorio, dove rigenerare non significa semplicemente recuperare un edificio, ma restituire valore d’uso ad “ambiti bioculturali”: paesi, campi, boschi, acque, percorsi, servizi, relazioni. La priorità è evitare che il recupero produca gentrificazione o espulsione degli abitanti originari. La rigenerazione deve invece generare nuovi servizi, beni collettivi, lavoro, cultura e forme di welfare capaci di anticipare i bisogni futuri.

larivista
La ricercatrice Fabrizia Cesarano introduce il passaggio dai commons, intesi come categoria di beni, al commoning, inteso come insieme di pratiche attraverso cui una comunità produce, cura e governa collettivamente uno spazio. È un passaggio importante: un bene non è comune semplicemente perché appartiene alla collettività; lo diventa attraverso regole condivise e la cultura, di conseguenza, non è marketing territoriale, ma una pratica sociale capace di costruire cittadinanza.

A chiudere il numero il contributo di Florencia Andreola e Azzurra Muzzonigro, architette e ricercatrici, che propongono una sorta di manifesto: rigenerare non significa necessariamente costruire qualcosa di nuovo, ma riattivare ciò che già esiste: un giardino riaperto, un percorso illuminato, un servizio accessibile, una rete di vicinato possono avere un valore trasformativo superiore a un grande progetto urbano. La misura del progetto diventa quindi la qualità della vita quotidiana: sicurezza, accessibilità, mobilità, tempo, relazioni e possibilità di abitare lo spazio con dignità.

Una città non deve essere semplicemente riqualificata, ma continuamente negoziata. Una città nella quale il progetto architettonico è inseparabile dalle condizioni dell’abitare; nella quale il welfare è anche infrastruttura spaziale; nella quale la cultura è pratica collettiva e il digitale infrastruttura di relazione; nella quale il patrimonio non è un deposito da museificare ma materia viva; nella quale il conflitto non rappresenta necessariamente un fallimento del progetto, ma una delle condizioni attraverso cui la città prende forma. Una città in cui la parola decisiva è dunque “cura”.

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TwittaLa città è una cosa pubblica Da laRivista Fine della Rigenerazione Urbana? Associazione culturale cheFare via @danilopremoli #OneListoneGiordano https://one.listonegiordano.com/author/danilopremoli/

TwittaLa rigenerazione urbana equivale alla speculazione immobiliare. Da laRivista Fine della Rigenerazione Urbana? Associazione culturale cheFare via @danilopremoli #OneListoneGiordano https://one.listonegiordano.com/author/danilopremoli/

TwittaMettere in discussione una visione puramente patrimoniale dello spazio. Da laRivista Fine della Rigenerazione Urbana? Associazione culturale cheFare via @danilopremoli #OneListoneGiordano https://one.listonegiordano.com/author/danilopremoli/

laRivista
Fine della Rigenerazione Urbana?

Associazione culturale “cheFare”, 2026
Isbn 9788894442199

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Recensione di Danilo Premoli – Office Observer

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