Premoli Ufficio Possibile

Non andare in ufficio mi fa vivere ancora più isolato di prima. Ma non è un dramma, anzi. Adesso dispongo di tutto il tempo che voglio, e questo mi permette (come direbbe Borges) di affaticare gli scaffali con il mio andirivieni, entrare e uscire dai libri della mia biblioteca. (Enrique Vila-Matas, “Bartleby e compagnia”)

Premessa necessaria: questa non è una recensione, ma una sintesi della prefazione dell’autore.
La pandemia ha funzionato come uno specchio brutale. Non ha inventato problemi nuovi, ha reso insostenibili quelli che già esistevano, nascosti sotto strati di abitudine e inerzia organizzativa. Il mondo del lavoro, e in particolare gli spazi fisici in cui quel lavoro si svolge, ne è uscito irreversibilmente modificato. È questo il punto di partenza da cui si muove la riflessione raccolta in questo volume: non un’analisi a caldo dell’emergenza, ma una sedimentazione ragionata di idee, voci e visioni che quel momento ha fatto emergere.

Il primo dato che colpisce è la natura collettiva del ripensamento. Architetti, critici, imprenditori, docenti: figure diverse per formazione e sensibilità, messe davanti alle stesse domande, hanno restituito risposte che si intrecciano in modo significativo. Ciò che emerge non è il coro uniforme di una narrativa consolatoria, ma la mappa di un territorio in trasformazione, con le sue contraddizioni, le sue tensioni creative, i suoi punti di convergenza.

Il distanziamento fisico, con la sua prossemica di distanze minime e flussi regolamentati, ha messo in crisi uno dei dogmi più resistenti dell’architettura degli uffici contemporanei: l’open space come forma universale di organizzazione del lavoro. Non che il modello sia stato archiviato definitivamente (sarebbe ingenuo pensarlo) ma la sua presunta neutralità è stata smascherata. Uno spazio progettato per favorire la comunicazione spontanea si è rivelato, in condizioni di emergenza sanitaria, uno spazio difficile da gestire, poco adattabile, incapace di rispondere a esigenze mutevoli. L’emergenza ha introdotto una domanda che l’architettura non può più eludere: quanto è flessibile davvero questo spazio? Quanto sa cambiare forma senza perdere senso?

La risposta progettuale più convincente sembra orientarsi verso una logica ibrida, che non è semplicemente la somma di ambienti diversi, ma una nuova modalità d’uso. Lo spazio di lavoro cessa di essere un contenitore neutro e diventa un organismo capace di adattarsi ai ritmi mutevoli del lavoro contemporaneo: la concentrazione individuale, la collaborazione di squadra, la pausa rigenerante, il momento informale che spesso è quello più fecondo. Modularità e multiuso non sono soluzioni tecniche, sono un cambio di paradigma culturale. Significano che l’ufficio deve essere pensato non per uno scenario fisso, ma per una “costellazione di possibilità”.

In questo quadro, la tecnologia smette di essere semplicemente uno strumento e diventa struttura portante. Il lavoro da remoto, accelerato in modo imprevisto dalla crisi, ha rivelato che la connettività digitale non è alternativa alla presenza fisica ma la precondizione per ripensarla. Le piattaforme di videoconferenza, i sistemi di prenotazione degli spazi, i sensori per il monitoraggio della qualità dell’aria e dell’illuminazione: tutto questo non è aggiunto all’ufficio, deve essere concepito insieme a esso, dall’inizio del processo progettuale. L’integrazione tra dimensione digitale e dimensione fisica non è più un’opzione, è la condizione minima del fare architettura del lavoro nel presente.

C’è poi una dimensione più intima e meno visibile. La pandemia ha riportato al centro dell’attenzione il corpo: la sua vulnerabilità, i suoi bisogni, la sua risposta agli ambienti. Lavorare bene non significa solo essere produttivi, significa stare bene mentre si lavora. La qualità dell’aria, la luce naturale, l’acustica, il rapporto visivo con elementi naturali, non sono lussi estetici ma fattori che incidono direttamente sulle emozioni delle persone. Progettare uno spazio di lavoro sano è progettare uno spazio che rispetta il corpo e la mente di chi lo abita.

A tutto questo si affianca una consapevolezza crescente: la sostenibilità non è più uno strato applicato sopra il progetto, una certificazione da ottenere, un capitolo del disciplinare. È un orientamento che deve attraversare ogni scelta, dai materiali alla gestione energetica, dall’organizzazione dei rifiuti alle abitudini quotidiane che lo spazio stesso è chiamato a sostenere. L’ufficio come sistema ecologico, non come macchina energivora.

In questo scenario di trasformazione profonda, il progettista assume un ruolo che va oltre quello tradizionale. Non è più semplicemente chi disegna gli spazi: è un “anticipatore di futuro”, capace di leggere le tensioni del presente e tradurle in soluzioni che abbiano senso non solo oggi ma nei decenni a venire. La bellezza, in questo contesto, non è ornamento: è la prova che il progetto ha trovato la sua forma giusta, dove funzione, comfort e visione si sono amalgamati in qualcosa di coerente e duraturo (in alto, particolare della copertina, disegno di Gerardo Sannella: “La Scuola di Atene degli Architetti”).

Danilo Premoli Ufficio Possibile

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Danilo Premoli
L’ufficio possibile. Architettura e design per il lavoro ibrido.

Carocci editore, 2026
Isbn 9788829034857

Recensione di Danilo Premoli – Office Observer

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