“L’idea del design e la professione del designer devono essere trasformate, per diventare non una funzione specialistica, bensì un’attitudine universalmente valida all’intraprendenza e alla creatività, che consenta ai progetti di essere visti non separatamente ma in relazione ai bisogni dell’individuo e della comunità” László Moholy-Nagy.
Nel saggio, la cui prima edizione in lingua inglese è del 2018, la celebre critica del design, che firma anche una rubrica sul New York Times, propone una profonda riconsiderazione della prassi progettuale, invitando a superare il tradizionale “feticismo” dell’oggetto per abbracciare una posizione etica (e operativa) più radicale. Riprendendo l’assunto del poliedrico László Moholy-Nagy, secondo cui il design non è una professione ma un’attitudine: “In definitiva, tutti i problemi del design si fondono in un unico grande problema: il design per la vita” ha scritto uno dei protagonisti del Bauhaus, l’autrice delinea il passaggio da una disciplina ancillare all’industria a una forma di pensiero strategico e adattivo.
Questo significa, per il professionista contemporaneo, riconoscere nel progetto non tanto un esercizio formale o di styling, quanto un catalizzatore di trasformazioni sistemiche capace di mediare tra i grandi mutamenti globali: ambientali, politici, economici, sociali e tecnologici, e la loro ricaduta sulla vita quotidiana. La tesi è la trasformazione del ruolo del designer da fornitore di servizi a soggetto proattivo dotato di una nuova autonomia: “I designer attitudinali di oggi – scrive l’autrice – godono della crescente consapevolezza che le metodologie collaudate sono ormai inefficaci in settori di importanza cruciale come i servizi sanitari, lo sviluppo economico e i soccorsi in caso di calamità, una consapevolezza che rende gli specialisti di questi settori sempre più inclini a sperimentare nuovi approcci”.
Rawsthorn sottolinea come l’accessibilità a strumenti digitali avanzati, la capacità di gestire flussi di dati complessi e l’apertura di nuovi canali di finanziamento (come il crowdfunding) abbiano scardinato i vecchi modelli di committenza. Il designer oggi dispone delle infrastrutture per agire come un imprenditore sociale o un ricercatore indipendente, intervenendo in ambiti critici dove i sistemi istituzionali hanno fallito. Questa “attitudine” progettuale si traduce in una capacità di problem-solving che non si limita a rispondere a un brief, ma ne interroga le premesse, identificando soluzioni ingegnose e risorse inaspettate anche in contesti di crisi o scarsità di risorse.
Attraverso esempi concreti, che spaziano dalla sfida ecologica alla rigenerazione sociale, è evidente come i confini tra design, ingegneria, sociologia e attivismo siano molto osmotici e per un designer questi casi studio rappresentano l’espansione del campo d’azione verso la progettazione di processi e infrastrutture immateriali. “Uno dei temi ricorrenti – nota la critica – è il cambiamento nella cultura del design, che sta diventando più diversificata e inclusiva, non soltanto in termini di genere, geografia ed etnia, ma anche nella sua disponibilità ad accogliere individui provenienti da settori molto diversi che, pur non avendo una formazione da designer, desiderano impegnarsi in questo ambito”.
La cultura del progetto viene invitata sia alla multidisciplinarietà che alla responsabilità non limitandosi alla produzione di surplus estetico, ma intervenendo con efficacia nel reale. Il design è una “forza” capace di governare la complessità e di restituire senso a una contemporaneità frammentata. Per chi progetta, adottare questa attitudine significa accettare che il valore del proprio lavoro risieda nella sensibilità con cui si risponde alle urgenze, sia del pianeta che della società, trasformando la professione in un atto di resistenza intellettuale e di utilità pubblica, capace di ridefinire costantemente i propri limiti e le proprie finalità.

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Alice Rawsthorn
Il design come attitudine
Johan & Levi Editore, 2025
Isbn 9788860103895
Recensione di Danilo Premoli – Office Observer
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