“Dobbiamo sentire in ogni momento creativo il dramma fondamentale dell’esistenza perché la vita pone continuamente in contraddizione i bisogni pratici e le aspirazioni spirituali” (Ernesto Nathan Rogers, cit. Marco Biraghi “Il difficile mestiere dell’architetto”)
Figura complessa e poliedrica, Gio Ponti estende la sua attività progettuale e teorica ben oltre il suo studio di via Dezza a Milano, con la collaborazione di Fornaroli e Rosselli, spaziando dai grattacieli alle ville, dalle navi alle cattedrali, dal design alle riviste, operando anche a livello internazionale. La sua visione dell’architettura si riflette nell’invito “Amate l’Architettura” (con la A maiuscola, naturalmente), un saggio con paragrafi rapsodici, che nascondono un ritmo che argomenta la metafora del cristallo: l’architettura pura è un’arte finita, chiusa, esclusiva, incontaminata e “perpetua, come dice Palladio, la conserviamo! ed agisce sempre in pieno, perfino come rudere”. È definita da forme essenziali, che “stanno” e non rotolano, come la sfera, che “forma infinita, non sarà mai un’architettura: rotola, non sta: né comincia né finisce. L’Architettura comincia e finisce”.
Questa perpetuità la distingue radicalmente dall’ingegneria, intrinsecamente progressiva e riproducibile, le cui opere, per quanto eccelse, sono destinate a essere superate e a perire nell’uso. Ponti argomenta che “l’Ingegneria crea protòtipi, l’Architettura monótipi. È umoristico pensare ad una automobile non riproducibile, ad un ponte ad arcate che non si possa ripetere o allungare. È altrettanto umoristico pensare che la Casa sulla cascata o la Rotonda siano da riproduzione”. La Torre Eiffel: “non riesco a classificarla come architettura, poiché la sua bellezza è legata al progresso tecnico e non a una espressione perpetua di una bellezza.
Al centro del suo pensiero vi è la funzione sociale dell’architetto, invitato a svolgere una politica dell’architettura che ne ribalta il ruolo tradizionale. Se nel passato era espressione celebrativa di un potere e “storicamente a posteriori”, l’architettura moderna diventa “storicamente a priori, cioè non è più successiva e celebrativa ma è collaboratrice di un futuro, anzi, fatto nuovo, e constatabile, anticipatrice”.
Questo implica la progettazione di case “felici per confortare la vita”, scuole luminose, ospedali civili, ambienti di lavoro dignitosi, biblioteche perfette per le letture, stadi magnifici, giardini incantevoli e città urbanisticamente ordinate per il benessere collettivo: “Esigete dagli architetti, sempre, una architettura piena di simpatia umana, piena di immaginazione, nitida, essenziale, pura: pura come un cristallo”.
L’architettura è moderna “nei suoi temi sociali; questo il senso del nostro lavoro d’Architetti; la sua modernità è allora fatto indiscutibile, non estetica discutibile”, dove l’immaginazione si esprime nella verità dell’opera. L’opera d’arte non è frutto di regole a priori o di schemi, ma di un processo creativo che il tempo stesso completa e raffina. La bellezza di un edificio emerge dalla sua capacità di incantare e agire sul piano poetico: “La Cà d’Oro a Venezia, pesa come tutti gli altri palazzi, ma come è leggera!”

Sì, amate l’architettura ma amate anche gli architetti: “Amate i buoni architetti moderni, siate tifosi dell’uno o dell’altro: associate il vostro nome alle loro opere che resteranno anche col vostro nome; e amateli esigentemente, senza indulgenza; e fateli operare. Esigete che onorino il vostro lavoro, con civilissimi edifici per la vostra attività”.
TWITTA:Gio Ponti
Amate l’Architettura
Quodlibet, 2022
[ristampa anastatica integrale della prima edizione del 1957, Vitali e Ghianda] pp. 320
Isbn 9788822907806
Recensione di Danilo Premoli – Office Observer
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