Perché lo stesso pezzo, diciamo la Sonata n.33 di Beethoven, composta da qualcuno oggi sarebbe considerata una sorta di scherzo, ma scoperta per caso in un solaio di Vienna sarebbe considerata un capolavoro immortale?” (Cornelius Castoriadis, Finestra sul caos, 2007).
Già nel suo saggio del 1995 intitolato “La Megamacchina” (Isbn 9788833909196), Serge Latouche, professore emerito di economia all’Università di Paris Sud-Orsay, aveva denunciato le illusioni del progresso; oggi rincara la dose con questo nuovo lavoro, diviso in due capitoli e altrettanti post-scriptum I e II, che mette in relazione il disastro urbano e l’insignificanza dell’arte contemporanea.
Hyperpolis è una città-supermercato, simbolo estremo della società dei consumi (dove tutto diventa commerciabile: il corpo umano, il sangue, i geni), che rappresenta la perdita di limiti e frontiere spaziali e simboliche, una città in cui l’omnimercificazione, cioè la trasformazione di ogni aspetto della vita in merce, produce effetti devastanti sulla qualità della vita e sull’identità urbana. La deterritorializzazione, ovvero la perdita di radicamento dell’attività umana sia nelle città che nelle campagne, devasta il paesaggio e rende vano il lavoro di architetti, urbanisti e paesaggisti, che pur consapevoli del disastro non riescono a invertire la rotta. “Ma al fallimento della politica urbana – sottolinea l’autore – ha contribuito quella che è stata chiamata la “crisi della cultura”, ovvero una radicale perdita di valori, un’altrettanto radicale distruzione del gusto, della sensibilità, dello stile di vita”.
Anche se è possibile tratteggiare quelle che potrebbero essere le città sostenibili alternative, “… è un azzardo troppo grande – scrive Latouche – pretendere di anticipare un’estetica del futuro, nonostante costituisca una dimensione centrale del progetto della decrescita”. Ma l’etica della decrescita implica necessariamente anche un’estetica della decrescita. Compito impegnativo, forse anche a causa della colonizzazione dell’immaginario da parte dell’economia: nonostante la presenza di architetti e urbanisti di talento, la realtà dei paesaggi urbani è segnata da degrado, cementificazione, lottizzazione e perdita di qualità ambientale. L’architettura eccelle spesso nelle realizzazioni singole, ma fallisce nel “fare città”, ovvero nel costruire tessuti urbani vivibili e armonici: “Il recupero dei centri storici dà buoni risultati da un punto di vista estetico, ma causa una gentrificazione che accresce la segregazione sociale e una museificazione che fa del turismo di massa un incubo urbano”.
Ma ha senso avere alloggi migliori senza cambiare il rapporto con la natura, il paesaggio e la stessa logica consumistica? La risposta di Latouche è perentoria: “Il tessuto locale e urbano non può essere ricomposto e i paesaggi non possono essere preservati o ricostruiti senza la realizzazione di una società che obbedisca a una logica diversa da quella della crescita economica”.
Nel progetto della decrescita, architetti e urbanisti sono chiamati a ripensare radicalmente il loro ruolo: non più creatori di oggetti spettacolari, ma artefici di città sostenibili, conviviali, radicate nel territorio e rispettose dei limiti ecologici. Il suggerimento è quello di un autentico cambio di prospettiva, che può essere concepito grazie all’utopia radicale, sistematica e ambiziosa delle otto “R”: rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare, riciclare.
TWITTA:
Serge Latouche
Il disastro urbano e la crisi dell’arte contemporanea.
Eleuthera, 2025
Isbn 9788833022796
Recensione di Danilo Premoli – Office Observer
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