“La città barocca è una macchina teatrale, dove lo spazio urbano diventa scena per la rappresentazione del potere e della fede” Marcello Fagiolo, Atlante del Barocco in Italia.
L’inizio del Seicento è un momento cruciale per l’arte a Roma: Gian Lorenzo Bernini si trasferisce da Napoli e Caravaggio, mentre sta per ritornare nella capitale, muore sulla spiaggia a Porto Ercole; Francesco Borromini arriverà pochi anni dopo e darà inizio ad una delle più epiche rivalità nel mondo dell’arte. Due personalità contrapposte persino nella morte: Borromini decide di porre fine alla sua vita nel 1667: “Consumato dal tormento e dalla febbre malinconica che aveva segnato tutta la sua esistenza”; al contrario, Bernini muore tredici anni dopo, circondato dall’amore di figli, allievi, principi, papi “… e adorato dal popolo romano che vedeva in lui il simbolo stesso del Barocco”.
Il saggio di Costantino D’Orazio, direttore dei Musei nazionali dell’Umbria, ricostruisce questa rivalità non solo come una semplice storia di invidie lavorative, ma come un confronto tra due visioni diverse del fare architettura, mescolando teatralità e rigore geometrico, spettacolo e riflessione interiore.

Bernini, già nelle opere giovanili, rivela subito una capacità straordinaria di dare vita al marmo, quasi trasformandolo in carne e tessuto, “che infonde realismo e tattilità”; Borromini, che proviene da una famiglia di scalpellini, arriva a Roma come semplice lavoratore nei cantieri di San Pietro, dove acquisisce “una conoscenza unica delle strutture michelangiolesche” e sviluppa un’ossessione per ogni dettaglio che lo porta a trasformare “il limite in opportunità, la povertà in invenzione, la piccolezza in grandezza”.
Sintesi formidabile della loro collaborazione sono le colonne tortili del baldacchino di San Pietro (1624-1633), in cui: “Bernini fornì la visione scenica e l’invenzione iconografica, Borromini mise a disposizione la sua straordinaria perizia geometrica e ingegneristica, occupandosi di tradurre le intuizioni plastiche in soluzioni costruttive”. Ma il lavoro segna anche un’insanabile rottura tra i due: Borromini scopre che Bernini e il suo socio Agostino Radi, cognato dello stesso Bernini, lo stanno truffando e abbandona definitivamente il cantiere.
I due geni iniziano a rincorrersi attraverso la realizzazione di capolavori, una gara attentamente gestita dai loro committenti: i Barberini, i Pamphilj, i Chigi, che con loro discutono, propongono, correggono. Bernini con la fontana dei Quattro Fiumi trasforma piazza Navona in un “viaggio intorno al mondo, concentrato in pochi metri”, mentre con il colonnato di San Pietro crea un abbraccio generoso per accogliere l’umanità; Borromini nel San Carlino alle Quattro Fontane “concentra tutta la sua inventiva, un laboratorio in cui piegare la geometria a fini espressivi” e in Sant’Ivo alla Sapienza rappresenta, con una spirale coronata da una fiamma, un “simbolo che si innalza senza fine del movimento della conoscenza che non si arresta, della fede che si protende all’infinito”.
D’Orazio conclude che più che rivali furono due facce complementari del Barocco: Bernini lavora per catturare immediatamente, Borromini per far pensare progressivamente: “Bernini costruisce un rito collettivo, Borromini un laboratorio individuale… entrambi raggiungono lo stesso fine: trasformare l’architettura in un’esperienza fisica e spirituale insieme”.
TWITTA:
Costantino D’Orazio
Sfida per la bellezza. Bernini contro Borromini
il Mulino, 2025
Isbn 9788815394057
Recensione di Danilo Premoli – Office Observer
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