povere creature architettura

Povere Creature, l’ultimo film di Yorgos Lanthimos è tratto dal romanzo di Alasdair Gray del 1992 ed ha vinto 4 premi oscar nonchè un Leone d’Oro.

Si potrebbe dire che il valore estetico di un film è funzione della distanza che l’autore sa introdurre tra la forma del segno ed il suo contenuto, senza tuttavia abbandonare i limiti dell’intellegibile

Queste parole scritte da Roland Barthes nel 1960 (in un saggio intitolato “Le probléme del la signification au cinéma) aiutano, dal punto di vista di chi scrive, a costruire con efficacia un giudizio sintetico sul nuovo film di  Yorgos Lanthimos Poor Things (Povere Creature nella versione italiana), tratto dal romanzo di Alasdair Gray del 1992 e vincitore, tra il 2023 ed il 2024, di 4 premi Oscar, del Leone d’Oro per il miglior film all’80a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e due Golden Globe.

Nel lavoro del regista greco le immagini ed il loro contenuto mantengono quella distanza sufficiente per produrre valore estetico; ma tale distanza non è mai così abissale da rendersi del tutto inintelligibile allo spettatore.

A definire la forma delle immagini di questo film contribuiscono in modo decisivo le architetture in cui la storia si sviluppa, progettate dagli scenografi James Price e Shona Heath.

L’invito fatto agli scenografi da Lanthimos è stato quello di “impazzire” intorno alla definizione di ambienti vagamente ambientati a fine ‘800, costruiti in studio come negli anni ’30, realizzati con tecnologie contemporanee e soluzioni d’epoca, con fondali a volte dipinti a mano e a volte ottenuti con proiezioni su giganteschi schermi curvi.

Contemporaneità di analogico e digitale.

Qualcosa, come ha rivelato James Price, “che non assomigliasse a nulla che si fosse visto prima”.

Le architetture di Poor Things diventano a tutti gli effetti co-protagoniste di tutto lo sviluppo narrativo: rivelano la loro capacità comunicativa divenendo parte integrante del linguaggio filmico.

“Una cosa innanzitutto è certa: – scriveva Gillo Dorfles in Simbolo, comunicazione e consumo nel 1962 – l’architettura, come ogni altra arte, può e deve essere considerata come un insieme organico …di segni (di simboli, se vogliamo meglio) e come tale può essere identificata almeno parzialmente con altre strutture linguistiche, con la stessa lingua parlata”.

Sceneggiatura e scenografia corrono qui parallele per sostenere lo sviluppo delle vicende e dei loro significati.

Lanthimos ci fa viaggiare attraverso un gran tour tra città assonanti: Londra, Lisbona, Alessandria d’Egitto, Parigi. Visioni surreali con caratteri decisamente steampunk: ci raccontano come sarebbe stato il passato se il futuro fosse arrivato prima.

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La trama in sintesi: una donna infelicemente sposata ed incinta si toglie la vita buttandosi nel Tamigi dal Tower Bridge. Un chirurgo “eccentrico”, Godwin Baxter (interpretato da Willam Defoe) raccoglie il corpo della donna e crea un mostro, Bella Baxter (interpretata dall’attrice Emma Stone). Sostituisce il cervello della donna con quello del bambino non nato.

Il film narra il percorso di emancipazione e di liberazione di una donna con il corpo di un adulta ed il cervello di un neonato. Tra Frankenstin e le Avventure di Pinocchio

Già casa Baxter a Londra, dove Bella vive i suoi primi anni “prigioniera” del padre/creatore, è un mix eclettico di stili e riferimenti. Qui le riprese sono in bianco e nero ed il regista fa grande uso del fish eye.

Un po’ Art Nouveau, un po’ arredi vittoriani accoppiati a tovaglie di plastica, un po’ architettura brutalista, con riferimenti all’eclettismo di John Soane e della sua casa-museo, alle architetture di Victor Horta ed ai dipinti di Egon Schiele, Hieronymus Bosch e Francis Bacon (riferimenti, quest’ultimi, suggeriti esplicitamente dal regista ai suoi scenografi).

Spazi ibridi come ibridi sono gli animali creati da Godwin che circolano in casa: il cane porco o la capra papera. Oggetti d’arredo fuori scala (sedie giganti) come fuori scala è il corpo di Bella Baxter per il suo cervello da bambina.

Bella riesce a fuggire dal recinto in cui è confinata e, con l’aiuto dell’avvocato Duncan Wedderburn/Lucignolo (interpretato da uno straordinario Mark Ruffalo),  parte per un viaggio alla scoperta del mondo e, soprattutto,  di se stessa.

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Lanthimos abbandona il bianco e nero per una sequenza di colori che accompagnano il percorso di autodeterminazione di Bella e la sua progressiva conoscenza dei colori del modo.

Lisbona ha colori astratti e prorompenti, ad Alessandria domina il rosso della violenza fisica e sociale e Parigi è rappresentata con toni tenui.

Sono tutti luoghi atopici: a-topos, luoghi non reali ma intelligibili, sfuggenti ed ambigui, come le opere di M.C. Escher o le città dei film di Tim Burton.

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(Lisbona e Parigi sono state ri-costruite in uno dei più grandi teatri di posa europei, gli Origos Studios di Budapest. ““I set avevano dimensioni epiche – ha spiegato lo scenografo James Price –  e abbiamo costruito diversi set compositi, in cui si poteva entrare in una casa, togliersi le scarpe e sentirsi come a casa propria”).

Città-collage, come sono collage gli assemblaggi inconsueti di parti del corpo di esseri viventi compiuti dallo scienziato anomalo Godwin Baxter.

Volevamo distillare l’essenza della città, – ha raccontato in una intervista Shona Heath – condensarla e unirla in modo da poter ottenere la sensazione di un luogo in un’area più piccola. Per Lisbona, abbiamo finito per creare un collage di fotocopie di tutti i tipi di edifici che ci piacevano e abbiamo letteralmente ritagliato tutto e rimpicciolito tutti i dettagli che volevamo. Lo abbiamo messo insieme in un modo davvero spensierato. Alla fine, penso che abbiamo dato molta energia alle città perché abbiamo preso spunto da tutto”.

Fantasmi “familiari” di città e di luoghi che ci trascinano in un mondo immaginario e onirico.

Fantasmi filmici – tornando a citare Gillo Dorfles di Simbolo, comunicazione e consumo –  che sono direttamente sovrapponibili ai fantasmi onirici della nostra vita notturna e che, come tali, trasportano, nella nostra coscienza di veglia, delle immagini in un certo senso allucinate”.


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