Sul versante orobico che domina la città di Sondrio, una villa unifamiliare degli anni Sessanta ritrova la propria identità attraverso un intervento radicale firmato dall’architetto Davide Moroni, che evita la cancellazione del passato. Villa GI sceglie infatti la strada della stratificazione, costruendo un dialogo continuo tra memoria domestica, materia originaria e nuovi modi di abitare.
L’edificio, libero sui quattro lati e immerso in un giardino che lo circonda integralmente, gode di una posizione privilegiata affacciata sul paesaggio urbano sottostante. La ristrutturazione ha comportato la completa demolizione degli interni e la ridefinizione dell’abitazione su due livelli: un piano giorno aperto e fluido e una zona notte collocata al livello superiore. Il progetto mantiene però leggibile l’ossatura originaria della casa, trasformando gli elementi strutturali esistenti nei protagonisti della nuova narrazione spaziale.
L’accesso avviene attraverso una grande porta a bilico che introduce a un ingresso immerso in un intenso blu petrolio, pensato come una soglia cromatica tra l’esterno e la neutralità della zona living. Qui un divano di fine Ottocento appartenente alla committenza anticipa uno dei temi centrali dell’intervento: l’inclusione degli oggetti della memoria all’interno di uno spazio contemporaneo.

Il cuore della casa è un grande open space attraversato da un asse est-ovest che ripercorre la distribuzione originaria della villa. Due pilastri e la trave che li unisce, riportati alla materia grezza attraverso una lavorazione manuale, emergono dalle superfici bianche come tracce del passato. Trasformati in portali e soglie, scandiscono lo spazio e costruiscono prospettive mutevoli enfatizzate dall’illuminazione radente a pavimento.

Tra la zona relax e l’area conviviale si inserisce un camino bifacciale ad accumulo che separa gli ambienti senza interrompere la continuità visiva. Anche qui la materia diventa linguaggio progettuale: l’intonaco volutamente lasciato grezzo suggerisce l’idea di un’architettura aperta e in continua evoluzione.

La cucina si sviluppa attraverso un equilibrio di pieni e vuoti, con una grande isola che dialoga con il tavolo da pranzo. Nel soggiorno, un sistema di sedute modulari organizza differenti modalità di utilizzo dello spazio, mentre un baule ottocentesco e un impianto stereo degli anni Settanta riportano la memoria familiare al centro della vita quotidiana.

Un ruolo fondamentale nella definizione dell’atmosfera domestica è affidato al pavimento in rovere scuro, scelto nella collezione Reserve Traccia di Listone Giordano. La superficie in rovere lavorata con piallatura a mano per un deciso effetto materico, dialoga con il linguaggio autentico e non addomesticato dell’intero progetto. L’architetto ha riconosciuto fin dal primo incontro con questo parquet il carattere deciso e quasi tattile della materia, capace di raccontare il tempo e la trasformazione del legno senza artifici o uniformità forzate.

Una qualità che si manifesta pienamente nell’esperienza quotidiana dell’abitare: il contatto a piedi nudi con la superficie restituisce infatti una percezione diretta della sua texture, delle sue variazioni e della sua naturale tridimensionalità, trasformando il pavimento da semplice elemento di finitura a vera componente sensoriale dell’architettura.
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La scala costituisce il gesto architettonico più evidente dell’intervento. Originariamente esterna all’appartamento, viene assorbita nel nuovo spazio domestico fino a diventarne il fulcro visivo. Rivestita in microcemento e in contrasto con il rovere scuro della pavimentazione, assume il carattere di un elemento scultoreo sospeso nello spazio, enfatizzato dal primo gradino illuminato e dai parapetti in ferro grezzo disegnati su misura.

La salita verso il piano superiore coincide con una progressiva trasformazione percettiva dello spazio. La doppia altezza introduce un forte senso di verticalità culminante nella copertura lignea e nei corpi illuminanti sospesi che ne accompagnano lo sviluppo.
Nella zona notte il progetto lavora per contrasti: il corridoio mantiene proporzioni contenute per poi aprirsi improvvisamente alle falde lignee delle camere, rivestite in abete sbiancato che amplifica la luce naturale e dialoga con il rovere scuro dei pavimenti.

La suite padronale rappresenta la sintesi di questo approccio. Camera, bagno e guardaroba si articolano come un unico paesaggio domestico nel quale le funzioni si susseguono senza separazioni nette. Al centro della composizione si colloca una grande doccia passante in microcemento, mentre la zona notte si organizza attorno a un letto sospeso e a una boiserie bianca che lascia alla luce e alla copertura il compito di definire l’atmosfera dello spazio.

Villa GI dimostra come la ristrutturazione di un edificio del secondo Novecento possa trasformarsi in un esercizio di interpretazione più che di sostituzione. Un progetto che costruisce continuità tra epoche differenti e restituisce all’abitare una dimensione narrativa spesso assente nell’architettura contemporanea.
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