Un lavoro durato più di due anni, promosso dalla Fondazione Guglielmo Giordano, restituisce in forma digitale i capolavori di Perugino e Raffaello che un tempo abitavano la chiesa. Non per illudere, ma per rimettere in relazione ciò che la storia ha separato.

Dopo la lectio di Mauro Magatti, che aveva lasciato l’immagine della tecnologia come farmaco, il tema Umanità di Seed ha trovato un esempio concreto nel luogo stesso del festival: San Francesco al Prato, la chiesa di Perugia che ospita Seed e che è anche protagonista di questo progetto. Qui ci si è chiesti che cosa il digitale possa dare non solo alla nostra salute, ma anche a quella del patrimonio culturale. La risposta ha un nome: digital twin, e dietro di sé quasi due anni di lavoro. Il gemello digitale della chiesa e del suo patrimonio storico-artistico, realizzato dalla Fondazione Guglielmo Giordano e curato dalla storica dell’arte Valentina Borgnini e dall’architetto Gianluca Falcinelli, nell’anno in cui si celebrano gli 800 anni dalla morte di San Francesco.

Un lavoro che finisce, ha ricordato chi lo ha guidato, e che al tempo stesso comincia.

Un vuoto pieno di tracce

Chi entra oggi a San Francesco al Prato vede uno spazio apparentemente vuoto. Marco Pierini, vicesindaco di Perugia e storico dell’arte, è partito proprio da qui: dalla meraviglia di chi varca la soglia, sempre più numeroso, e da un gusto romantico e tardo romantico che ci fa apprezzare architetture come questa, che vivono e parlano in gran parte grazie all’assenza. Ma quell’assenza, si può riempire? E come?

Per Borgnini il vuoto è in realtà pieno di tracce: sono le ferite lasciate dal tempo e dalle trasformazioni. Per secoli questo spazio è stato tutt’altro che vuoto, è stato anzi una delle macchine visive di Perugia. Inaugurata nel 1253, nello stesso anno della basilica di San Francesco d’Assisi, la chiesa ha avuto un destino completamente diverso. Nonostante i rischi di crolli strutturali, le grandi famiglie perugine ambivano a esservi sepolte in quello che chiamavano il “Pantheon perugino”. Cappelle, tele e affreschi hanno trasformato il carattere austero della chiesa medievale in uno scrigno di valore inestimabile, da Fiorenzo di Lorenzo fino ai capolavori di Perugino e Raffaello.

A svuotarlo sono state due forze di pari potenza distruttiva: da una parte l’uomo, con l’incuria e l’abbandono del luogo e delle opere custodite; dall’altra la natura, con le calamità e la fragilità del terreno su cui la chiesa sorge. Da qui la domanda da cui è nato il progetto: possiamo restituire visibilità a questa memoria?

I relatori del panel digital twin

Il digital twin: rimettere in relazione

La risposta è uno spazio virtuale in cui le fasi storiche dell’edificio, le sue trasformazioni e le opere oggi perdute o disperse tornano leggibili e visitabili. È l’esito di un percorso interdisciplinare che intreccia documentazione archivistica, indagine archeologica, analisi storico-artistica e modellazione tridimensionale, in coerenza con il Piano Nazionale di Digitalizzazione del Patrimonio Culturale promosso dal Ministero della Cultura.

Il punto, però, è come si usa la tecnologia. Pierini lo ha detto con chiarezza: il digitale è molto utile, per esempio con la scansione in gigapixel, che restituisce informazioni su aspetti tecnici e di conservazione che a occhio nudo non si vedono. Ma non ci illude: non ci racconta la falsa storia di aver goduto dell’opera grazie a una riproduzione. Aiuta a riempire un vuoto, non a fingere che non ci sia. E c’è un vantaggio molto concreto. Se le opere dovessero tornare tutte a San Francesco al Prato e a San Domenico, la Galleria Nazionale dell’Umbria si ridurrebbe a una stanza. Meglio allora che venire qui, a vedere come era la chiesa nei secoli, e poi in Galleria, a vedere le opere, o viceversa, diventi un percorso di poche centinaia di metri.

Falcinelli, che con Borgnini lavora a questo tema da oltre vent’anni, ha ricordato quanto siano cambiati gli strumenti nel tempo e quale salto abbia fatto la tecnologia. Da un lato lo studio della storia della chiesa e della sua “scatola architettonica”, dall’altro l’apporto tecnologico che permette di visualizzare senza diventare rappresentazione. L’idea è stata quella di un mini allestimento virtuale che supporti la parte artistica senza fagocitarla, anche perché molte delle opere non è possibile ricollocarle, per come si sono svolti gli eventi.

Il progetto, ha aggiunto Andrea Margaritelli, presidente della Fondazione Guglielmo Giordano, non è multimediale ma intermediale: accanto alla parte digitale esisterà presto una guida illustrata cartacea, strettamente connessa, con la possibilità di passare dall’una all’altra tramite QR code.

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Un viaggio tra capolavori dispersi

È Borgnini a guidare il viaggio, e il filo conduttore è uno: il digital twin restituisce ciò che le opere, da sole, non possono dire, cioè il rapporto con lo spazio e con le altre opere.

Si parte dalla croce del Maestro di San Francesco, oggi alla Galleria Nazionale dell’Umbria ma collocata in origine al centro, tra navata e transetto, e rimasta qui fino al 1737. Alta cinque metri e larga tre, appartiene ancora alla tradizione bizantina: un Christus patiens dal capo reclinato, con la Madonna e San Giovanni ai lati e, ai piedi, San Francesco che non è solo spettatore ma contempla le ferite di Cristo, quasi un Cristo vivente. Poi si salta al Quattrocento, alla nicchia di San Francesco di Fiorenzo di Lorenzo, del 1487, dove era probabilmente conservata la statua del Serafico. Nel digital twin si possono verificare le dimensioni esatte della nicchia ricostruita, che corrispondono a quelle ancora presenti sulla parete. Fiorenzo, curiosità, fu sepolto proprio qui: il gemello digitale racconta anche il rapporto di un artista con un luogo.

Poi l’altare della Resurrezione. Il dipinto che lo sovrastava, la Resurrezione di Cristo di Perugino, del 1499-1500, quando l’artista, intorno ai cinquant’anni, era all’apice della fama, è inaccessibile ai più ma continuamente presente nelle riprese televisive, alle spalle del Papa. Con Napoleone arrivò in Francia, poi con l’intervento di Canova tornò in Italia, ma a Roma, nella Pinacoteca vaticana, e nel 1964 venne portato nella biblioteca privata del Santo Padre.

Il cuore del racconto sono due cappelle una di fronte all’altra, e due capolavori del giovane Raffaello commissionati da due donne legate da parentela. Nella Cappella degli Oddi era custodita la Pala degli Oddi (1503-1504), voluta da Alessandra, detta Leandra, Baglioni: in alto Cristo e la Madre, in basso gli apostoli con il sepolcro vuoto, perché Maria è stata assunta in cielo. C’è una storia nella storia: tra gli apostoli c’è San Tommaso, che arriva tardi e non crede, e allora Maria lascia cadere la cintura. Nell’opera si leggono componenti del Pinturicchio e forse di Leonardo. Il digital twin permette di ricollocarla virtualmente nella sua cornice, sul suo altare, e di ragionare sulla cappella e sulle persone che guardavano l’opera, così da capire anche i suoi spostamenti.

Di fronte, un’altra donna e un’altra storia: Atalanta Baglioni, che nel 1507 commissionò il Trasporto di Cristo al sepolcro, noto come Deposizione Baglioni, oggi alla Galleria Borghese di Roma, in ricordo del figlio Grifonetto, morto da poco. Raffaello sceglie una scena dinamica: i personaggi si guardano, si cercano, il corpo è sorretto da più persone mentre Maria sviene, e la scena sembra voler oltrepassare i confini della pala. Raffaello è una spugna: assorbe ciò che ha intorno per rielaborarlo in una forma nuova. Qui non c’entrano le requisizioni napoleoniche: nel 1608 l’opera fu portata via per ordine di Scipione Borghese, per arricchire la sua collezione. Il digital twin permette di rimetterla in relazione con le altre opere dell’altare, di mettere a confronto le due cappelle, le due famiglie, tra parentela e rivalità. È in queste relazioni che ciò che c’era torna ad avere senso. La storia dell’arte, ricorda Borgnini, non è una successione di opere, nomi e date, ma una straordinaria rete di sguardi: un artista guarda ciò che ha fatto chi lo ha preceduto, lo studia, lo rielabora, e chi viene dopo lo modifica ancora.

San Francesco al Prato non era fatta solo di opere, ma di persone. Nel sarcofago ritrovato qui, noto oggi come sepolcro del Beato Egidio, furono traslate le spoglie del beato. E in una fotografia della chiesa compare “un intruso”: la Cappella del Gonfalone, del Quattrocento, sede di una confraternita e custode del celebre gonfalone dipinto nel 1464 da Benedetto Bonfigli. Un dipinto che porta a riflettere su comportamenti che abbiamo vissuto di recente, come il divieto di accesso e la paura del contagio: cambiano le tecnologie e gli strumenti, ma certi comportamenti umani tendono a restare nei secoli. Nel 1926 il Comune deliberò il ripristino della facciata, nascosta da un edificio privo di valore storico-artistico costruito a mo’ di contrafforte: i gonfaloni trovarono posto nella Cappella degli Oddi e la cappella venne demolita, restituendo la facciata romanico-gotica che vediamo oggi.

Un viaggio tra capolavori dispersi

San Francesco al Prato è un organismo vivo. Nell’anno dell’ottavo centenario della morte di San Francesco, la tecnologia permette di fare ciò che fino a ora non era possibile.

Dal 2001 – ha ricordato Valentina Borgnini – non ho mai abbandonato questo luogo, e nel comprenderne le ferite ho in parte curato anche le mie.

Il suo messaggio finale è rivolto ai ragazzi, e riprende la frase con cui aveva chiuso il suo intervento a Seed nel 2024: “Sognare, ovviamente fa bene, dovrebbe appartenere a tutti”. Seminate i vostri sogni, ha detto, ma soprattutto difendeteli, perché alcuni hanno bisogno di più di vent’anni per diventare realtà. Innamoratevi delle persone, dell’arte, della musica, dei luoghi: quando ci si innamora, qualcosa diventa vivo.

Forse il senso di umanità è anche questo, e lo si capisce meglio proprio qui, nella chiesa che ospita il festival e che torna a raccontare ciò che ha perso. Se Magatti ci ha ricordato che la tecnica può curare o far male a seconda di come la usiamo, San Francesco al Prato offre una risposta concreta: usata con rigore e senza illusioni, può aiutare un luogo a ricordare chi è stato. E aiutare noi a guardarlo con occhi nuovi.


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