Anche quest’anno (2024) l’Oxford University Press, la casa editrice del celebre vocabolario di lingua inglese Oxford English Dictionary, ha scelto la parola che riassume l’anno passato: brain-rot, letteralmente “putrefazione del cervello”, definita dai linguisti come una sorta di “intossicazione” mentale derivante dall’eccesso di contenuti superficiali o dalla mancanza di stimoli intellettuali significativi, spesso associata a un senso di declino cognitivo o a una diminuzione della capacità di concentrazione e pensiero critico.
Ma quella che sembra una definizione del tutto contemporanea ha radici lontane: il primo a scrivere di brain-rot è stato infatti Thoreau nel suo “Walden” pubblicato nel 1854 (da qui la citazione introduttiva). L’argomento è noto: l’opera narra (in diciotto capitoli; tra questi i fondamentali Leggi più alte – Higher Laws, I vicini bruti – Brute Neighbors) il vissuto dell’autore durante il suo soggiorno solitario presso una capanna nei boschi nei pressi del lago Walden, in Massachusetts, tra il 1845 e il 1847. Il libro si presenta come una riflessione profonda sulla natura, la vita semplice e l’autosufficienza, senza trascurare temi di critica sociale e culturale. “Io esigo da ogni scrittore – scrive l’autore nelle prime pagine -, prima o poi, un semplice e sincero resoconto sulla sua vita; e non soltanto quello che egli ha sentito dire sulle vite degli altri uomini”.
La sua casa è essenziale: una capanna di legno di circa 4 metri per 4, costruita con un costo totale di 28 dollari e 12 centesimi e mezzo (meticolosamente registrati: due finestre di seconda mano, con i vetri, dollari 2 e 43 centesimi; due barili di calcina dollari 2 e 40 centesimi e relativo commento dell’autore “la calcina era cara”) su un terreno di proprietà del suo amico e mentore Ralph Waldo Emerson. Thoreau descrive nei dettagli la costruzione della casa e i materiali utilizzati e la casa diventa un simbolo di libertà dalle convenzioni e dai vincoli economici della società, del vivere in modo semplice, a contatto con la natura, spendendo poco e dedicando molto tempo alla riflessione e all’introspezione (e alla lettura).

Bellissime le descrizioni, in solitudine, dei cambiamenti stagionali, la vita degli animali, i suoni e i silenzi, i colori del bosco. E le statistiche: “Avevo guadagnato 13 dollari e 34 facendo, nel villaggio, l’agrimensore, il falegname e lavori a giornata. In otto mesi: sì, in tutto mangiai per un valore di 8 dollari e 74”. E per quanto riguarda l’arredo: “I miei mobili, che in parte mi feci con le mie mani, consistevano di un letto, una tavola, una scrivania, tre sedie, uno specchio del diametro di tre pollici, un paio di molle e un paio di alari, una pentola … e una lampada laccata. Nessuno è tanto povero da dover sedere su una zucca”. Altrettanto significative le argomentazioni sociali e politiche: il suo famoso saggio sulla disobbedienza civile, che poi svilupperà in un altro testo, è già presente in nuce in Walden: l’individuo deve seguire la propria coscienza morale anche contro le leggi ingiuste dello stato.
Alla fine dei suoi due anni e due mesi a Walden, Thoreau “ritorna al consorzio civile”, lascia la sua capanna non perché deluso, ma perché ha raggiunto i suoi obiettivi di comprensione e crescita personale. L’esperimento non è un isolamento permanente, ma un periodo di riflessione e trasformazione. Il suo messaggio è chiarissimo: vivere consapevolmente, in armonia con la natura e con se stessi è la vera ricchezza dell’esistenza.
TWITTA:
Henry David Thoreau
Walden. Vita nel bosco
Feltrinelli, 2014
pp. 336
Isbn 9788807900990
Recensione di Danilo Premoli – Office Observer
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