Se la rappresentazione della natura cambia nel corso della storia, è probabile che la natura sia stata vista in modo diverso nelle diverse epoche. E questa differenza non potrebbe essere dettata dalle trasformazioni dell’umanità nel corso della sua evoluzione?” (Ernst H. Gombrich, “L’uso delle immagini”)
Docente alla Columbia University di New York e Premio Nobel per la Medicina nel 2000, Eric R. Kandel ci illumina sui rapporti tra la storia dell’arte, la psicoanalisi e le neuroscienze contemporanee, costruendo un’argomentazione coerente e ambiziosa su questa contaminazione straordinaria: comprendere l’arte significa comprendere il cervello che la percepisce (nel disegno in alto: emisfero sinistro del cervello; illustrazione di Therese Winslow per Eric Kandel).
Il punto di partenza dell’indagine è dichiarato già in prefazione, dove Kandel scrive che “Il libero scambio di idee fra artisti, storici dell’arte e scienziati diede vita al modernismo e al concetto di “parte dello spettatore”, ossia la comprensione che l’arte è incompleta senza il coinvolgimento percettivo ed emotivo dell’osservatore”. L’autore si propone quindi di tracciarne le basi neurobiologiche misurabili con rigore scientifico, senza tradire la complessità dell’esperienza estetica. Il merito storico di aver fondato questa prospettiva, questo connubio tra arte e scienza, viene attribuito ad Alois Riegl, storico dell’arte che operò nella Vienna di fine Ottocento e che pose le basi di una disciplina che affondava le proprie radici nella psicologia e nella sociologia. In seguito, Ernst Gombrich, che a Riegl si richiamava, estese questo principio alla percezione visiva in generale, giungendo alla conclusione che il cervello non è un recettore passivo, ma un costruttore attivo del mondo visibile.
Su questo sfondo teorico si innesta la lettura dei movimenti artistici moderni. Nel capitolo dedicato al Cubismo, Kandel mostra come Braque e Picasso fossero profondamente immersi nelle discussioni scientifiche del loro tempo: la psicologia dell’inconscio di Freud, la relatività di Einstein, la scoperta dei Raggi X, e come queste spingessero verso una messa in discussione radicale delle convenzioni, sviluppando: “… la teoria che il mondo visibile da noi sperimentato è costruito in parte da ciò che percepiamo e in parte dai ricordi di cose da noi viste e odorate, di movimenti e di oggetti che abbiamo toccato e sfiorato”. Il Cubismo fu, da questo punto di vista, il tentativo di rendere visibile la natura costruita e “multipla” della percezione. Non un’astrazione, ma un’epistemologia visiva.

L’ambizione di Kandel è evidente nell’epigrafe di Edward Osborne Wilson, celebre biologo evoluzionista e teorico della Half-Earth, cioè del dedicare metà della superficie della Terra alla Natura: “L’impresa più grande per la mente umana sono stati, e sempre saranno, i tentativi di collegare le scienze e il mondo umanistico”. Non è semplicemente una citazione accademica, è di riflesso un invito a pensare la creazione artistica e la progettazione come pratiche che si rivolgono a un cervello reale, con strutture e vincoli evolutivi precisi, e che possono avvalersi consapevolmente di questo sapere senza per questo perdere né libertà né profondità.
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Eric R. Kandel
Arte e scienza
Raffaello Cortina Editore, 2025
Isbn 9788832858082
Recensione di Danilo Premoli – Office Observer
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