mauro magatti a seed 2026

L’edizione 2026 di Seed si apre a Perugia con una parola che è insieme un titolo e un programma: Umanità. È il tema di questa edizione, e attorno a lei studiosi e progettisti si confronteranno lungo le quattro traiettorie di ricerca del festival. A dare le coordinate culturali di questi giorni è la lectio inaugurale di Mauro Magatti, sociologo ed economista dell’Università Cattolica, editorialista del Corriere della Sera e di Avvenire, che parte dal suo ultimo libro scritto con Chiara Giaccardi, Macchine celibi. Meccanizzare l’umano o umanizzare il mondo? (Il Mulino, 2025).

Il suo è uno sguardo che inquieta, ma che rifiuta la disperazione. Bisogna leggere questo momento storico, dice, cercandovi anche i segni di un futuro possibile. Altrimenti si finisce per lasciarsi prendere inutilmente dallo sconforto.

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copertina del libro "macchine celibi"

Eredi di un successo straordinario

Il punto di partenza è controintuitivo. Siamo gli eredi, sostiene Magatti, di una stagione storica senza precedenti. Dalla caduta del Muro di Berlino – cioè negli ultimi trentacinque anni – il mondo è cresciuto a una velocità mai vista prima. Centinaia di milioni di persone, soprattutto in Cina ma non solo, sono uscite da condizioni di povertà. Per molti aspetti, un enorme successo.

Ma è lo stesso successo a sfociare in quella che viene chiamata policrisi: una pluralità di situazioni critiche che dobbiamo affrontare contemporaneamente. C’è la crisi climatica, con le previsioni degli accordi di Parigi ormai saltate e una temperatura che a fine secolo potrebbe essere cresciuta di quattro gradi. C’è la crisi geopolitica: ogni giorno speriamo che la situazione in Ucraina non degeneri, perché basta pochissimo per ritrovarci di fatto in una nuova guerra mondiale esplicita. Ci sono livelli di disuguaglianza che farebbero rabbrividire l’epoca medievale, con poche decine di persone che detengono una quota enorme della ricchezza mondiale. Ci sono la difficile convivenza tra culture e religioni e l’emergere di forze politiche irrazionali.

La dipendenza dalla crescita

Che cosa abbiamo fatto, in questi decenni? Abbiamo accresciuto le possibilità di vita di miliardi di individui. E a farlo, osserva Magatti, non sono state la religione né la politica: è stato il sistema tecnico-economico. Un’idea difficile da contestare, perché chi non vorrebbe avere più possibilità? Ed è proprio qui il nodo: siamo diventati dipendenti da questa idea, e dal sistema che deve essere sempre più efficiente per sostenerla. Tutti denunciamo di non riuscire a stare dietro all’accelerazione. È il primo problema.

Il secondo è più semplice, quasi banale, e per questo spesso dimenticato. La vita è una forma organizzata che resiste all’entropia, ma nel farlo produce a sua volta entropia. La nostra crescita genera scarti: CO2, plastica, ma anche scarti umani. Distrugge biodiversità, scompone equilibri come quelli del clima e della geopolitica. È un modello che non riesce ad affrontare i problemi che esso stesso ha generato.

La tecnica come pharmakon

Come se ne esce? Non rinunciando alla tecnica, ma ricordando che cos’è. In greco pharmakon significa “veleno curativo”: la tecnica guarisce, risolve problemi, accresce possibilità, e nello stesso tempo può ammalarci e minacciare la nostra vita. Con i medicinali lo sappiamo bene: strumenti immensi, ma da usare con attenzione. È bene ricordare Platone, che scrivendo dialoghi fonda l’Accademia per recuperare l’incontro che la scrittura rischiava di cancellare.

Il digitale è il farmaco della globalizzazione. Non possiamo farne a meno: senza di esso non riusciremmo a organizzare quei miliardi di individui resi attivi negli ultimi decenni. Ci dà livelli di efficienza impensabili, dalla logistica alla mobilità, e ha esteso a ogni ambito dell’esistenza la logica performativa, quella del raggiungere lo scopo. C’è una bella differenza tra sentirsi dire “muoviti, cammina” e avere uno strumento che ti comunica: oggi hai fatto cinquemila passi, vai a farne altri cinquemila. Il digitale ci fornisce standard – parola che viene da “stendardo”, la bandiera piantata sul campo di battaglia – e con essi i parametri con cui giudicare il nostro comportamento. La logica della produzione è entrata nella vita quotidiana.

L’altro effetto è paradossale: il digitale ci mette in relazione e al tempo stesso ci isola. Le relazioni sono tante, dinamiche, e siamo sempre in debito con tutte. I dati dicono che la solitudine aumenta: a Milano le famiglie unipersonali sono il 50 per cento, e nelle grandi città estere la quota è ancora più alta. Una società organizzata da macchine digitali è insieme in pieno caos comunicativo, cosa che gli ingegneri cibernetici non avevano messo in conto. Perdiamo la convinzione che con il logos, con la parola, ci si possa intendere: lo si vede nel piccolo e nel grande, persino in Parlamento, nato per parlare e sempre meno luogo in cui gli interessi si parlano. Il logos è ciò che ha tenuto insieme le società, nel bene e nel male. Il digitale è il farmaco della modernità liquida: ne abbiamo bisogno, ma ci separa.

mauro magatti a seed 2026

L’intelligenza artificiale, frutto maturo del riduzionismo

In questo scenario entra un nuovo soggetto. L’intelligenza artificiale, suggerisce Magatti, può essere pensata come l’incarnazione del riduzionismo moderno, quello che ci ha permesso di fare tanta strada: la ragione si è sempre più ristretta in ragione calcolante, e ora abbiamo costruito macchine che calcolano. I grandi modelli linguistici associano una parola all’altra attraverso calcoli statistici, ma non “tirano a indovinare”. Per questo l’invito è di essere cauti con le semplificazioni: citando Hinton e Bengio, l’AI non è un semplice gioco statistico, perché poggia su una teoria del linguaggio e della comunicazione umana. Secondo la tesi di Hinton, questi sistemi starebbero mimando alcune capacità del cervello umano.

Il problema, dunque, non è la macchina ma il linguaggio, e la concezione del linguaggio che c’è dietro. Possiamo essere fieri di ciò che abbiamo costruito. Ma tanto sono potenti i suoi effetti positivi, quanto lo sono quelli negativi: è un farmaco potentissimo. E la minaccia, avverte, non verrebbe dalla “cattiveria” delle macchine, ma da come le abbiamo costruite. È un rischio reale che dobbiamo almeno dichiarare e considerare: che l’AI minacci la vita.

Che cosa vuol dire “più vita”?

Si arriva così alla domanda centrale. Se è giusto accrescere le possibilità di vita, che cosa significa “più vita”? Riguarda ogni singolo essere umano o tutti insieme? La vita umana soltanto o anche quella dell’ambiente? È solo aumento di possibilità, o ha a che fare con il senso, con il pensare, l’immaginare, il creare, e non soltanto con il moltiplicare e accelerare?

La risposta di Magatti parte da qualcosa di concreto: la vita è un corpo, un organismo, una forma negentropica che resiste all’entropia e che sta in relazione stretta con ciò che la circonda. Da oltre un secolo la scienza ci dice che nessuna forma di vita sulla Terra esiste senza legami con ciò che viene prima, con ciò che sta intorno e con ciò che viene dopo. La vita è relazionale, intelligente, creativa, capace di azione. Se la intendiamo così, serve un’idea di essere umano più evoluta.

Nell’epoca del digitale e dell’artificiale, la questione sarà quella del vivente. Dobbiamo decidere, come umani, se vogliamo continuare a far vivere questa esperienza: una vita limitata, che ha a che fare con la morte, con l’affetto, con la capacità di prendersi cura, e che proprio per questo è preziosa e unica.

Due immagini aiutano a dire che cosa sia il pensiero umano. Quella di Kant, il cielo stellato sopra di me: l’essere umano pensa perché vive emozioni e si pone domande esistenziali. E quella di Lévinas, che va oltre: il volto dell’altro di fronte a me, che riconosciamo, a cui vogliamo bene, davanti al cui dolore ci interroghiamo.

Sono queste dimensioni a caratterizzare l’intelligenza umana.

Da qui l’indicazione finale, più pratica che teorica: ricreare contesti in cui non ci siano soltanto possibilità, ma relazioni e possibilità di essere diversi. Luoghi di lavoro e organizzazioni in cui si sviluppi e si accresca l’intelligenza collettiva.

È il filo che lega la lectio al senso stesso di un festival come Seed: un luogo in cui studiosi e progettisti si incontrano. “Che cosa vuol dire più vita?” è, nelle parole di Magatti, lo spunto per tutto ciò che verrà discusso in queste giornate. Una domanda che, per un’edizione intitolata Umanità, è forse il modo più onesto di cominciare.


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