architettura natura

0.1 (a Stefano Mancuso e Deproducer)

“Non al Cristianesimo, non all’entusiasmo religioso, ma solo all’entusiasmo della ragione dobbiamo l’esistenza di una botanica, di una mineralogia, di una zoologia, di una fisica e di una astronomia.“

Ludwig Feuerbach

Mi piace l’origine etimologica, ambigua, complessa, polimorfa, dal greco botane, pianta, elemento centrale del mondo e compressione semantica dell’architettura: tutto è pianta nelle discipline che studiamo.

Ora questa meraviglia, questo libro della natura dove possiamo leggere ogni forma di passato ma anche ogni potenzialità di futuro, sta diventando letteratura pericolosa, quasi un thriller, dove la cultura del progetto dovrà aiutare, curare l’irreversibile crisi del pianeta che ha trasformato spesso senza alcuna tenerezza estetica.

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Botanica è l’opera totale dove natura e cultura si fondono verso un nuovo obiettivo antropologico, verso nuove ideologie antropomorfe, è il mondo come avremmo voluto vedere, è un cosmo che stava per sfuggirci di mano, senza un Dio buono in grado di controllare figli tanto degeneri.

Cosa possiamo fare ora, noi piccoli animaletti senzienti, di fronte allo scioglimento dei ghiacci perenni, al mare universale della plastica assassina, al biossido di carbonio che consuma lentamente la nostra anima e i nostri polmoni, che spegne il sole del nostro futuro e di quello dei nostri figli, cosa?

Cambiare. è possibile.

“L’agricoltura biologica ha un approccio sistemico, utilizzando le conoscenze di botanici patologi e genetisti, entomologi, microbiologi, allevatori e altri, per riorganizzare la terra in mini-ecosistemi, costituiti da reti di relazioni simbiotiche che interagiscono creando una comunità totale. La scienza dell’agricoltura biologica mette in discussione tutto ciò che l’Illuminismo ha definito come modo di funzionamento della scienza: abbiamo sempre pensato alla scienza come a uno strumento per sfruttare le ricchezze della natura; oggi, una nuova generazione di scienziati ha in mente qualcosa di completamente diverso, cioè usare la scienza per ristabilire rapporti ambientali e costruire comunità naturali.“

Jeremy Rifkin

Certo sembra facile, non consumare, o meglio consumare meno e meglio, invertire la tendenza della nostra pervicace comodità, non sarà facile perché inquinare, distruggere è più facile che preservare, conservare, aver cura del Creato se siete credenti o della Natura se siete laici sensibili.

Gli scienziati dovranno diventare gli alleati principali dei progettisti, le loro materie, le ricerche e le sperimentazioni saranno il nuovo testo kantiano del futuro prossimo architettonico, dove la disciplina originaria diventerà altro rispetto alle nostre antiche certezze (come Wittgenstein insegnava molto prima di tutti).

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L’estetica classica e moderna, contemporanea e post-moderna dovrà nutrirsi d’altro, come in una forma di nuovo spirito etico, morale verso un nuovo umanesimo.

In effetti lo studio delle piante e delle loro caratteristiche biologiche potrà aiutarci a rendere la progettazione compiutamente ambientale, verso una tecnica gentile, entrando nel nuovo paradigma delle interdisciplinarietà eco-sostenibile, visto come stimolo culturale e non come limite: un punto di arrivo che rappresenti la vera forza dell’innovazione.

Botanica – Stefano Mancuso – Deproducers

I progettisti del futuro ma, anche del presente, dovranno essere più scienziati e meno stilisti glamour, naturalisti e meno estetologi compulsivi, insomma la bellezza è nelle forme della natura che diventa un metodo culturale, imitativo del mondo, come se l’architettura fosse sempre esistita, anzi dovrebbe diventare, ambire ad essere invisibile, coerente con lo spazio ambientale che la contiene.

Probabilmente il significato stesso della prassi disciplinare cambierà, dovrà diventare altro da sé, guardare con più attenzione ai danni che lo sviluppo stesso del costruire ha determinato, in relazione ad una carenza di sensibilità del gesto.

Nello spazio e nel tempo, nel luogo e nella previsione di una caratterizzazione dell’adesso come significato preconizzante del dopo, dell’inconoscibile oltre, come se fosse una branchia della “botanica”, come se ambisse a divenire l’elemento di fusione tra la scienza, la tecnica e l’estetica umana, la forma più densa di antropologia culturale.

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La rivoluzione concettuale in corso non da tregua ai passatisti teorici, sviluppa modalità creative multiple, anzi multi-funzionali, come la costruzione di una nuova prassi filosofica, come una condizione nuova che non riusciamo a tenere alla distanza delle nostre retoriche residuali.

Nella botanica, l’architettura si ricompone con la sua origine naturale, con la sua essenza ambientale, nella sua dialettica con mondo, è passato molto tempo e non ci siamo accorti che la natura artificiale del progetto poteva portarci nell’abisso insensibile della marginalità esistenziale, non più opere ma azioni servono per dirci compiutamente realizzati sia come uomini che come architetti.

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Il tempo è passato come un sospiro, la Madre Terra ha sopportato, corretto, avvertito di tutti i pericoli, reali o apparenti, ora il senso di responsabilità bussa alla porta degli esseri umani che vogliono ancora abitare in questa meraviglia che ci hanno regalato, senza l’incubo dell’ennesima apocalisse, senza l’ansia di una possibile e prematura estinzione.

“È insensato continuare a confidare nel mito di una crescita illimitata, misurata in base a quel dio-feticcio che è il prodotto nazionale lordo: una crescita che oltretutto provoca (in termini di rifiuti, desertificazione, inquinamento, consumo del territorio eccetera) ingenti costi sociali…”

Antonio Cederna


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