Studio Passarelli roma

La ristrutturazione di un alloggio dell’edificio polifunzionale di Via Campania a Roma dello Studio Passarelli.

Intervista ai progettisti Silvia Guzzini e Andrea Desideri.

Il restauro, il riuso, la riqualificazione delle architetture moderne è, da qualche decennio, un tema importante del dibattito architettonico contemporaneo. Un tema che passa prima di tutto dal riconoscimento del valore di edifici del XX secolo: non tanto e non solo nel ristretto ambito degli addetti ai lavori quanto nella percezione diffusa dei cittadini.

Mentre infatti esiste una consapevolezza diffusa della qualità architettonica degli edifici storici è più difficile trovare una diffusa consapevolezza del valore delle architetture moderne. La sfida diventa poi particolarmente complessa e delicata quando si è chiamati a “mettere le mani” su un edificio che Bruno Zevi (che nel 1959, insieme a Lucio Passarelli, fondava l’Istituto Nazionale di Architettura) ha incluso tra i capolavori del XX secolo.

Il capolavoro è l’Edifico Polifunzionale di Via Campania a Roma, progettato dallo Studio Passarelli e realizzato tra il 1963 e il 1965 per l’Istituto Romano Beni Stabili. L’esperienza di cui parliamo è quella compiuta tra il 2019 e il 2021 dallo studio romano b15a architettura di Silvia Guzzini e Andrea Desideri, incaricati di progettare la ristrutturazione di una residenza su tre livelli all’interno dell’edificio.

Abbiamo chiesto agli architetti Guzzini e Desideri di raccontarci le sfide ed i contenuti di questa avventura progettuale.

  • Ancor prima di determinare le scelte progettuali della ristrutturazione, quale è stato il vostro approccio all’edificio di Lucio Passarelli?

Dopo l’entusiasmo iniziale per aver ricevuto un incarico così importante, abbiamo cercato di capire meglio un edificio da sempre stimato e apprezzato fin da studenti. Comprendere è significato soprattutto calarsi nella modernità dell’epoca, capirne le idee innovative che questo edificio ha portato nel panorama culturale e sociale in Italia.

Il Secondo dopoguerra è stato un forte momento di crescita e sviluppo culturale che ha investito anche il nostro Paese, l’architettura ha fornito delle risposte a tale fenomeno, proponendo in questo caso un modello abitativo che ancora oggi è del tutto valido.

  • Quale percorso di ricerca avete seguito per giungere ad una comprensione dei caratteri architettonici dell’opera?

In un progetto di recupero è inevitabile il confronto con la preesistenza, nel nostro caso già dai primi sopralluoghi eravamo consapevoli di dover affrontare una necessità di equilibrio tra conservazione e le necessità della committenza. Fin dalle prime riflessioni avevamo chiara la volontà di trovare soluzioni che potessero valorizzazione l’opera di Passarelli e riuscire ad inserire il nuovo. La possibilità di poter visitare anche gli altri appartamenti ci ha permesso di avere una visione d’insieme sulle scelte progettuali, riuscendo a scoprire anche dettagli in alcuni casi rimossi o celati da superfetazioni successive.

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Immagine dello stato dell’edificio ante operam
Immagine delle condizioni dell’edificio ante operam

I numerosi rilievi e sopralluoghi hanno consentito una lettura capillare della preesistenza, questo anche grazie al ricco materiale di archivio con cui abbiamo verificato dimensioni, finiture, fissaggi e quant’altro può costituire la realizzazione di specifici dettagli. Questa duplice lettura ci ha permesso di comprendere meglio l’edificio nel suo insieme così come poter apprezzare l’unicità dell’appartamento su cui stavamo intervenendo.

  • Dopo oltre 50 anni dalla sua realizzazione quante e quali trasformazioni avete riscontrato rispetto alla configurazione originaria dell’alloggio?

Se da un lato gli interni nelle loro finiture e dettagli sono stati fortemente alterati da scontati interventi di rimessa a nuovo, dall’altro anche la configurazione degli spazi ha subito forti alterazioni dovute principalmente a tre superfetazioni, successivamente condonate che hanno modificato la conformazione della distribuzione interna e alterato le facciate esterne.

Questi ampliamenti privi di logica compositiva e realizzati tenendo conto soltanto di mere necessità funzionali, hanno interessato il piano d’ingresso con due ampliamenti, mentre il terzo venne realizzato nel mezzanino. I primi due avevano alterato rispettivamente la zona dedicata al personale di servizio e la cucina; l’altro ampliamento ha interessato il livello del mezzanino, dove venne chiusa un’apertura sul solaio che configurava una doppia altezza nel soggiorno.

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Un aspetto che potrebbe sembrare poco rilevante è il fatto che nel numero 122 di dicembre 1965 de “L’Architettura Cronache e Storia” viene lasciato molto spazio a questo progetto, quasi da farlo sembrare un numero monografico sull’opera, tale da avere la presenza di numerose pubblicità di aziende produttrici che avevano fornito materiali, finiture, arredi e quant’altro si stato utilizzato dai progettisti.

Questo ci ha fatto capire quanto fosse ricco e articolato il progetto originario, anche nei suoi interni, sebbene gran parte dei principali caratteri architettonici erano praticamente scomparsi. Se da un lato tanto è andato perso, tanto è stato recuperato grazie al progetto di riqualificazione. La finitura a sbruffo sul soffitto del soggiorno è stata rinvenuta grazie alla rimozione di un banale controsoffitto bianco: era stata celata non solo il tipo di finitura, ma anche quella continuità dell’interno verso l’esterno, che ha reso fluttuanti i piani orizzontali dei solai.

Nonostante questo edificio sia riconosciuto in ambito accademico e professionale come un’eccellenza dell’architettura, abbiamo avuto modo di constatare con questa esperienza che occorrerà ancora molto prima che vengano apprezzate e comprese determinate opere moderne; forse quando il moderno sarà il nuovo antico.

  • Gli interventi di trasformazione precedenti al vostro hanno mostrato qualche comprensione per i valori architettonici originari o hanno operato stravolgimenti e banalizzazioni degli spazi?

L’appartamento inteso come porzione di edificio ha solo subito alterazioni, modifiche e stravolgimenti privi di ogni valore e sensibilità nei confronti di un’opera così rilevante. Lo stesso giardino pensile al terzo livello era stato riempito e poi chiuso, pavimentato, su cui poi erano stato poggiati numerosi vasi in cemento, mentre nella parete di fianco era stata installata una fontana con mascherone in cemento colorato anticato.

  • Nella configurazione originaria degli spazi interni degli alloggi è evidente il ricorso ad una forte componente artigiana dell’edilizia, tipica delle architetture d’autore degli anni ‘60. Le finiture, gli infissi, i rivestimenti, le scale interne, le pavimentazioni e persino gli intonaci risultano essere l’esito di una meticolosa ricerca progettuale, di attenzione ai particolari costruttivi, di invenzioni di soluzioni originali ed uniche. Nel vostro progetto di recupero mi sembra che siate riusciti a recuperare questo carattere di “artigianalità”. Quali sono state le scelte che vi hanno consentito di ottenere questo risultato?

Ci ha aiutato molto lo studio e l’approfondimento dei dettagli di Passarelli, consentendoci la possibilità di avere anche una chiara visione d’insieme, ovviamente non solo per gli interni. Le imprese sono state sensibilizzate sull’importanza di questi dettagli. Certamente non è stato un lavoro facile. Abbiamo dovuto recuperare anche alcune tecniche artigianali ormai poco diffuse, ad esempio l’intonaco del soffitto con finitura a sbruffo, molto diffuso negli anni del Secondo dopoguerra. Non poco rilevante è il rapporto instaurato con le imprese: una collaborazione ormai consolidata che ci ha permesso di ottenere i risultati sperati. Per collaborazione intendiamo la possibilità di scambiarci disegni e opinioni sui dettagli costruttivi prima che questi vengano messi in produzione. Ci piace pensare che questo sia stato anche questo lo spirito con cui il cantiere di Passarelli sia stato portato a compimento.

  • Citando proprio Lucio Passarelli «un bravo architetto è colui che riesce a sentire fortemente e a interpretare concretamente il clima del tempo in cui vive». Nel progettare la ristrutturazione dell’appartamento avete dovuto conciliare l’azione di restauro e di recupero dell’impianto originario dell’alloggio con l’imprescindibile necessità di re-interpretare gli spazi della casa e la loro articolazione.

In oltre 50 anni i modi di abitare e di concepire lo spazio domestico sono profondamente mutati. Come accennavamo prima questo progetto ha avuto una complessità in più, non si è trattato di solo restauro o recupero, ma anche di integrazione con nuove esigenze e trasformazioni se vogliamo forzate. Con questo termine intendiamo i tre ampliamenti realizzati con dei condoni edilizi per nulla integrati all’architettura originaria, privi di qualsiasi senso compositivo e con cui ci siamo dovuti inevitabilmente confrontare da subito.

La criticità è stata quella di dover gestire questi ampliamenti senza rimuoverli, quindi senza far perdere superficie utile alla committenza, cercando nello stesso tempo un confronto, se vogliamo un coordinamento con l’edificio di Passarelli. L’unico modo di poter gestire il peso della questione è stata quella di riprogettare questi ampliamenti, spostandoli per meglio integrarli ai prospetti esterni e riconfigurando inevitabilmente gli spazi interni.

In questa operazione il confronto con il Comune di Roma, la Sovrintendenza Capitolina e la Soprintendenza Statale sono stati molto utili per poter risolvere e ponderare questi spostamenti. Ad esempio i due ampliamenti della zona giorno sono stati demoliti e ricostruiti per meglio adattarli al resto degli elementi in facciata. Adattamento non è da intendersi come nascondere il nuovo dal vecchio, ma come rispetto delle logiche compositive e dei materiali in modo tale da rendere distinguibile e palesate le diverse parti e permettere quell’armonia tra le parti che volevamo ottenere. L’edificio è stato in grado di accogliere queste trasformazioni, quasi come fosse una normale evoluzione della sua forma, una sua crescita spontanea. Una fenomenologia che andava necessariamente seguita, vista la ricchezza e se vogliamo delicatezza dei suoi elementi compositivi.

Se volessimo dare una definizione su cosa consista l’idea di abitare nel nostro contemporaneo, a nostro avviso il termine certamente più adatto è quello della flessibilità degli spazi. È un aspetto molto richiesto e apprezzato dalle persone e su cui hanno maggior volontà d’investire. Abbiamo avuto modo di inserire anche questa componente nel nostro progetto: lo studio ha una sua parete mobile (pieghevole) che permette di isolarsi o meno, mentre una parete vetrata scorrevole trasforma il piano mezzanino da zona di passaggio a camera da letto.

  • Grazie anche ad una committenza particolarmente illuminata avete anche potuto disegnare molti elementi di arredo interno della casa, con riferimenti alle esperienze di design degli Eames e degli Smithson. Su quali elementi vi siete concentrati ?

Abbiamo avuto modo di progettare molti arredi su misura, in alcuni casi abbiamo sperimentato anche l’idea di adattabilità e flessibilità di cui accennavamo prima anche sugli arredi, oltre che per gli spazi abitati. Al piano d’ingresso dove si trova il soggiorno, la facciata esterna è realizzata prevalentemente da infissi in ferro con alcune partiture in legno, in questo ambiente le librerie che abbiamo progettato sono state pensate in continuità con le facciate esterne, da cui abbiamo preso i materiali e le linee compositive.

In questo modo si ha una terza facciata interna che avvolge lo spazio. Sempre nel soggiorno, il tavolo in ceramica che abbiamo scelto, necessitava di potersi ampliare in caso di ricevimento di ospiti. Materiale e forma di questo tavolo non permettevano una trasformazione semplice. Così ci è venuta l’idea di sovrapporci al piano del tavolo con un altro piano removibile e suddiviso per parti che anziché essere riposte e conservate in un ripostiglio, sono state pensate come sculture da appendere su una parete mentre gli appoggi diventano altri due tavolini da salotto (“fustino” e “circolino”).

La cabina armadio della camera da letto è completamente realizzata in ferro verniciato con pannelli in vetro cannettato, un volume interno definito e delineato che articola la spazialità della stanza. Il corridoio della zona notte ha uno dei due lati lunghi occupati da armadiature che sono state riposizionate come nei progetti originari di Passarelli, ma che sono stati comunque da noi riprogettati. All’ultimo piano della terrazza un solarium si integra con il giardino pensile (che abbiamo recuperato), la pavimentazione in legno di ipé può essere sollevata realizzando così due sdraio con cui rilassarsi e prendere il sole. Per il resto della casa è stato scelto un parquet in pregiato legno di noce nazionale per la sua estetica cosi unica e distintiva.


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