“Dentro di me vivono la mia identica vita dei microrganismi che non sanno di appartenere al mio corpo. Io a quale corpo appartengo?” Franco Battiato, Beta, 1971.
L’autore, esperto in economia della cultura e arts management, nonché docente e fondatore della rivista “AES Arts+Economics”, ha scritto un saggio ultra pop: i titoli di alcuni capitoli citano canzoni (Troppo spesso la saggezza è solamente… Money for nothing) o dialoghi di film famosi (Chi gioca in prima base? Ho visto cose…) o fumetti (Persepolis, Maus) fino al fondamentale “Musica di merda” di Carl Wilson.
Il testo critica la tradizionale distinzione gerarchica tra cultura “alta” e “bassa”, giudicandola sbagliata e incapace di cogliere la complessità culturale autentica, che si manifesta nella produzione di nuovi concetti, sensibilità e modalità percettive. La cultura non può essere sottoposta alle logiche di mercato dei beni di consumo, ma va valorizzata per il suo straordinario potenziale nel contribuire al benessere sociale, alla crescita individuale e collettiva, al welfare.
È una denuncia alla nostra inadeguatezza. L’Italia è quartultima in Europa per spesa culturale, investendo solo lo 0,3% del PIL contro una media europea dello 0,9%: manca soprattutto una volontà politica concreta che superi il luogo comune “la cultura è il petrolio dell’Italia”, slogan che non corrisponde alla realtà dei fatti.
Una teoria suggerita da Ford Madox Ford, scrittore e critico inglese, amico di Joseph Conrad e Henry James, propone che per giudicare un libro sia sufficiente leggerne la pagina 99, dove il tema è ormai delineato e la trattazione precisa. Proviamo sul sito One a spostare la verifica a pagina 111 *.

[* Pagina 111, Franco Broccardi: Cultura adesso] “… cui guadagna più vendendo foto dei suoi piedi su OnlyFans, dove offre contenuti a pagamento per circa 1.000 abbonati a 10 dollari al mese, che con la sua musica su Spotify, ha suscitato un ampio dibattito sull’equità dei compensi nell’industria musicale: “Immagina di essere un’artista e avere circa otto milioni di ascoltatori mensili su Spotify ma guadagnare più soldi dall’avere mille persone che pagano per le foto dei tuoi piedi. Non odiare il giocatore, odia il gioco” 142.
Negli ultimi due decenni, l’industria musicale ha subito una trasformazione radicale, passando dalla vendita di supporti fisici al dominio dello streaming digitale. Piattaforme come Spotify, Apple Music e YouTube Music hanno reso la musica più accessibile che mai, ma hanno anche introdotto nuove sfide economiche, democratizzando la distribuzione a scapito degli artistį 143.
Nel 2024, i ricavi globali della musica registrata hanno raggiunto i 29,6 miliardi di dollari, con lo streaming che rappresenta il 69% di questi ricavi, pari a circa 20,4 miliardi di dollari. I compensi per stream variano tra le diverse piattaforme: su Spotify, tra $0,003 e $0,005; su Apple Music, circa $0,01; su YouTube Music, circa $0,00069; su Tidal, circa $0,012844 144.
142 Lily Allen, 2024: x.com/lilyallen/starus/1849803776753893639.
143 Global Music Report, 2025: ifpi.org/wp-content/uploads/2024/03/GMR2025_SOTI.pdf.
144 Quando una canzone viene riprodotta in streaming su piattaforme come Spotify, Apple Music o Amazon Music, l’importo generato per ciascun ascolto è piuttosto ridotto. Ad esempio, Spotify paga in media tra 0,003 e 0,005 dollari per ogni stream, ma questa cifra non rappresenta quanto effettivamente incassa l’artista. Il primo livello di suddivisione avviene all’interno della piattaforma stessa: Spotify, come la maggior parte dei servizi di streaming, trattiene circa il 30% del valore generato, distribuendo il restante 70% ai detentori dei diritti. Da lì, iniziano ulteriori ripartizioni. Nei contratti tradizionali con le major discografiche, l’etichetta trattiene una quota compresa generalmente tra il 70% e l’85% di quelle royalties, lasciando all’artista una percentuale compresa tra il 15% e il 30%.
Questo significa che, a partire da ogni euro pagato da Spotify, l’artista – in uno scenario medio – può ritrovarsi con una cifra effettiva intorno ai 10-20 centesimi, o meno se le condizioni contrattuali sono particolarmente penalizzanti. A questa percentuale già ristretta si devono aggiungere ulteriori divisioni e costi: produttori, co-autori, editori, manager e agenti hanno diritto a una fetta del compenso, ciascuno secondo gli accordi stabiliti. Non bisogna poi dimenticare le tasse, i costi di promozione, le spese di distribuzione e gli oneri amministrativi, che possono sottrarre altre quote rilevanti. Alla fine del processo, l’ammontare netto che giunge effettivamente nelle tasche dell’artista-interprete è spesso minimo …”
TWITTA:
Franco Broccardi
Cultura adesso. Un’economia contemporanea
Nomos Edizioni, 2025
Isbn 9791259582645
Recensione di Danilo Premoli – Office Observer
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