Per l’architetto Amedeo Schiattarella l’architettura non è un atto neutro. Non è semplice tecnicismo, né esercizio estetico fine a se stesso. È, prima di tutto, un’azione di responsabilità civile e un potente linguaggio di pace. Progettare significa assumere una posizione: portare alla luce una visione etica del “fare spazio” che rifiuta l’omologazione della globalizzazione a favore di una compatibilità profonda con il genius loci.

È questa la visione che Amedeo Schiattarella porterà al centro della serata promossa da Listone Giordano, in collaborazione con Seed Festival e con l’Istituto Italiano di Cultura di Amsterdam, dedicata al design responsabile e orientato al futuro. L’evento che si terrà il 4 marzo 2026, alle ore 18:30, presso l’Isituto nel cuore pulsante della capitale è una occasione per riflettere sull’architettura come atto civico ed etico radicato nel luogo e nella comunità. Sarà una occasione per interrogarsi sul ruolo del progetto in un’epoca segnata da crisi ambientali, accelerazioni tecnologiche e perdita della dimensione fisica dell’esperienza.
In un mondo dominato dalla finanza e dalla tecnica pura, l’architettura, sostiene Schiattarella, deve tornare a servire la comunità. Il rifiuto della “neutralità” tecnica diventa così una scelta politica. L’architetto non è un esecutore di format replicabili, ma un mediatore culturale, portatore di valori collettivi, identità e consapevolezza climatica.
Dalle avanguardie storiche fino all’esperienza di Riad
Il percorso di Schiattarella affonda le radici nelle avanguardie storiche. Già a metà degli anni Settanta, le sue ricerche sull’anti-geometria e sul dinamismo anticipavano questioni che il decostruttivismo avrebbe reso centrali anni dopo. Ma è l’incontro intellettuale con Richard Neutra a segnare una svolta decisiva: la scoperta del “vuoto” come essenza. Non più solo materia costruita, ma l’assenza di materia come spazio vivibile.

Il vuoto non è sottrazione, bensì dispositivo relazionale, luogo di respiro, infrastruttura climatica e sociale. Questo concetto diventa un ponte culturale verso l’Oriente e consente allo studio di operare con coerenza in contesti lontani, dalla Corea del Sud all’Arabia Saudita. In questa prospettiva, il vuoto è anche antidoto all’eccesso: contro la saturazione iconica e la proliferazione di oggetti autoreferenziali, Schiattarella propone un’architettura che crea condizioni, non immagini.

Emblematico è il confronto con il modello di sviluppo imposto dagli anni Sessanta in città come Riad, dove ampie porzioni di tessuto storico sono state sacrificate per far spazio ad assi autostradali e a una pianificazione di matrice anglosassone. Alla tentazione di esportare un modello occidentale fatto di grattacieli torsionali replicabili a ogni latitudine, lo studio oppone la via dell’ascolto, partendo dalla storia e dal clima di quel Paese.
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Nei progetti per il King Salman Park o per il Ministero degli Affari Regionali, l’obiettivo non è copiare i segni del passato, ma comprenderne l’essenza: edifici massivi e porosi, quasi “groviere” urbani, in cui il vuoto genera ombra e microclimi naturali; spazi introversi che riprendono la lezione della casa saudita organizzata attorno al cortile; dispositivi climatici come restringimenti e torri del vento che sfruttano l’effetto Venturi per rendere piazze e spazi pubblici vivibili senza dipendere esclusivamente dall’aria condizionata. La sostenibilità non è un’aggiunta tecnologica, ma una matrice progettuale radicata nella cultura insediativa.

Tra le sfide più significative vi è quella vinta contro la tipologia della torre nell’ampliamento del Ministero saudita. Schiattarella convince la committenza a rinunciare alla verticalità isolante e simbolicamente autoreferenziale a favore di un “grattacielo orizzontale”: un grande volume scavato da un vuoto fluido, capace di favorire comunità, attraversamenti e dialogo. L’edificio pubblico non come oggetto iconico che si staglia nel vuoto, ma come infrastruttura di relazioni.
Il Centro per le Arti Digitali di Diriyah (Diriyah Art Future) rappresenta una sintesi matura di questo pensiero. Un frammento di città costruito su un poggio, dove un muraglione di cemento preesistente è stato demolito per riconnettere l’architettura alla valle agricola. La memoria del luogo, inscritta nel tracciato delle antiche mura di difesa, diventa il segno generatore del progetto. L’arte digitale trova così casa in un impianto che nasce dalla topografia, dalla storia e dal paesaggio, in un dialogo serrato tra innovazione e radicamento.

Che si tratti di un carotaggio statico in un palazzo ottocentesco a Roma o di una prayer room ipogea nel deserto, il filo conduttore resta lo stesso: rispetto per l’uomo, per la sua memoria e per il vuoto che lo accoglie. In un’epoca che tende a cancellare le differenze culturali in nome dell’efficienza globale, l’architettura deve preservare il “sapore” dei luoghi. La diversità non è un ostacolo allo sviluppo, ma il seme del futuro.
Torna il SEED Festival dedicato all’architettura e il design in autunno a Perugia
La conferenza si inserisce nel programma del Seed Festival – Design Action for the Future, che dal 14 al 17 ottobre 2026 torna a Perugia. L’edizione di quest’anno è dedicata al concetto di Umanità e si propone di esplorare il fragile equilibrio tra la nostra natura sociale e le sfide del mondo contemporaneo, segnato da una crescente perdita della dimensione fisica della realtà e da una progressiva rimozione dell’Altro.
In questo quadro, la testimonianza di Amedeo Schiattarella offre una riflessione concreta su come l’architettura possa ancora essere strumento di identità, coesione sociale e responsabilità verso le città del futuro.
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